“Commenti&Analisi” La torre d’avorio della Cgil (P.Ichino)

19/07/2004


Lunedi 19 Luglio 2004

Lo scontro sui contratti

La torre d’avorio della Cgil
di Pietro Ichino

Questa mattina i dirigenti nazionali e regionali della Cgil si riuniscono a Roma per decidere la linea da tenere al tavolo della concertazione con Cisl, Uil e Confindustria, clamorosamente abbandonato mercoledì scorso dal segretario generale Guglielmo Epifani. Ma, prima ancora di decidere che fare della concertazione, essi devono chiarire a se stessi e al Paese se la Cgil vuole o no che in Italia esista e funzioni normalmente un sistema nazionale di relazioni sindacali. L’interrogativo non è affatto retorico. Di un sistema nazionale di relazioni sindacali (cioè di contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro articolata fra centro e periferia) si può anche fare a meno, come in America e in tanti altri Paesi, anche europei, diversi dal nostro. Altrimenti, è necessario che sindacati e imprenditori si accordino sui tempi, i modi e l’oggetto della negoziazione al livello nazionale e ai livelli inferiori: senza un accordo su questa cornice di regole, il sistema evidentemente non può neppure incominciare a funzionare.

Ma come è possibile accordarsi su tempi, modi e oggetto della contrattazione se, appena una parte apre il discorso in proposito, dicendo la sua, l’altra se ne va sbattendo la porta? Quest’ultimo comportamento, che è esattamente quello tenuto da Epifani mercoledì scorso, sarebbe in qualche modo plausibile solo se la Cgil intendesse così comunicare a Confindustria, Cisl e Uil una propria determinazione fermissima in difesa dell’ordinamento attuale della contrattazione collettiva, nato col protocollo Ciampi del luglio ’93.
Invece è proprio dalle file della Cgil, in particolare dalla sua ala sinistra e dal suo sindacato più forte, la Fiom, che il sistema delineato dal protocollo Ciampi è stato più esplicitamente messo in discussione nel corso degli ultimi due anni, a parole e nei fatti.


Dunque, anche la Cgil ritiene che quel sistema vada almeno in parte cambiato. Ma allora alzarsi e andarsene sbattendo la porta appena la controparte incomincia a parlare di questo tema appare un gesto senza senso e senza prospettive, quasi un gesto disperato.
Il fatto è che, rispetto al sistema delineato dal protocollo Ciampi del 1993, l’aggiustamento proposto dalla Confindustria, e in qualche misura anche quelli proposti dalla Cisl e dalla Uil, vanno in una direzione opposta a quella voluta dall’ala sinistra della Cgil. Quest’ultima vorrebbe che il contratto collettivo di settore non si limitasse ad aumentare i minimi retributivi nazionali secondo il tasso di inflazione programmato, come previsto dal protocollo del 1993, ma potesse spingersi oltre, con beneficio automatico e indifferenziato per tutta la categoria, al sud come al nord. Confindustria, Cisl e Uil, in modi diversi, propongono al contrario di aumentare la parte della retribuzione che viene contrattata in periferia, rispetto alla parte regolata dal contratto nazionale, consentendo maggiori variazioni in relazione alle condizioni locali e aziendali, secondo una linea che è, peraltro, consigliata da gran parte degli studiosi di economia del lavoro, molti dei quali non certo ostili al movimento sindacale.


La posizione della Cgil, su questo punto cruciale, è diametralmente opposta. Ed è anche per questo che il nostro sistema di relazioni sindacali negli ultimi anni è entrato nella sua crisi più grave da mezzo secolo in qua. Una crisi così grave non si risolve da sola, per inerzia: non ci sono alternative al discutere del problema ragionevolmente, pragmaticamente, e trovare una soluzione condivisa. Un accordo magari solo provvisorio, sperimentale, ma un accordo.


Troncare il discorso sul nascere, da parte della Cgil, significa rinunciare a risolvere questa crisi e rinunciare a coltivare rapporti unitari con Cisl e Uil, per chiudersi in una torre d’avorio. Significa anche rinunciare di fatto, prima ancora che alla concertazione sulla politica industriale del Paese, proprio a quella contrattazione collettiva nazionale di settore che la stessa Cgil vorrebbe difendere e rafforzare.