“Commenti&Analisi” La tendenza storica è lavorare meno (G.Vigo)

15/09/2004


            di lunedì 13 settembre 2004

            L’intervento

            Ma la tendenza storica è lavorare meno

            di Giovanni Vigo

            A lanciare il primo sasso è stata la Siemens. Dopo negoziati estenuanti è riuscita a strappare ai sindacati un nuovo contratto che prevede l’allungamento della settimana lavorativa da 35 a 39 ore senza aumenti retributivi. Qualche tempo dopo la Daimler Chrysler ha raggiunto con i propri dipendenti un accordo analogo che verrà attuato nell’arco di tre anni. Anche la Volkswagen si è mossa sulla stessa lunghezza d’onda. Dopo che negli anni scorsi aveva ridotto la durata del lavoro a 32 ore settimanali per evitare licenziamenti e conservare uno stretto legame con i propri operai, ha fatto una rapida marcia indietro. Sulla scia di questi colossi si sono mosse anche aziende di altri settori, dai supermarket al turismo, che stanno concludendo accordi dello stesso tenore con i sindacati di categoria.

            Dalla Germania il dibattito si è esteso alla Francia (la patria delle 35 ore decretate dal governo Jospin), all’Olanda e all’Italia, e toccherà inevitabilmente anche gli altri paesi europei che stentano a trovare la via della ripresa. Ma quella dell’aumento dell’orario di lavoro è proprio la strada giusta per risalire la china? A sentire gli esperti del Fondo monetario internazionale non ci sono dubbi. Se l’Europa non cambierà qualcosa, si legge in un rapporto pubblicato ai primi di agosto, il suo declino sarà inevitabile. «Quattro anni fa – ha ricordato Michel Deppler, responsabile del dipartimento per l’Europa – la crescita potenziale dell’eurozona era stimata intorno al 2,5%. Oggi l’abbiamo ridotta al 2% e, senza cambiamenti nel settore del lavoro, sarà ulteriormente ridotta all’1,5%».


            Chi punta il dito contro un orario lavorativo troppo esiguo, si basa su un ragionamento molto semplice. Lo scarto fra il reddito pro capite di un americano e di un europeo è pari al 30%. Esso non è determinato, come si potrebbe credere a prima vista, da un analogo divario nei livelli di produttività, bensì dai tempi di lavoro. Oggi un tedesco e un francese lavorano circa 1.450 ore all’anno; un americano più di 1.700. Una differenza che spiega un buon 20% della maggior ricchezza statunitense. L’altro 10% viene giustificato con un insieme di cause fra le quali figura anche la produttività. Di qui la conclusione che la via più efficace per risalire la china è lavorare di più.


            Questa analisi può essere affinata introducendo altre variabili come il tasso di disoccupazione o l’incidenza del lavoro part-time. Ma alla fine le cose non cambierebbero molto. E, soprattutto, lascerebbe senza risposta la sfida lanciata alle nostre economie dai paesi emergenti che hanno orari di lavoro e salari da noi in vigore due secoli fa. Se si vuole porre un argine all’erosione della nostra competitività bisogna agire immediatamente, e il modo più rapido è quello di ritoccare il costo reale del lavoro, così come l’imposta sui carburanti è stata per molti anni la via più sbrigativa per raccogliere denaro. Ma è pensabile che questo espediente possa risolvere da solo il problema della competitività europea, e che l’orologio della storia possa marciare a ritroso per un tempo indefinito?


            A dire il vero non mancano esempi di uno stabile aumento dell’orario di lavoro anche in tempi in cui i nostri antenati lavoravano già il doppio di noi. Il passaggio dal Medioevo all’età moderna fece registrare un’intensificazione del lavoro in seguito all’abolizione di numerose festività. In Inghilterra le 40 giornate di festa concesse ai muratori durante il Quattrocento furono ridotte a 27 nel 1552. In Olanda, alla metà del XVII secolo, i giorni di festa furono ridotti da 47 a 6. Nella meno austera Francia del Re Sole si lavorava in media 280 giorni all’anno, una trentina in più rispetto a qualche secolo prima.
            La durata del lavoro aumentò ulteriormente nel primo secolo dell’era industriale. L’operaio trascorreva all’interno della fabbrica dalle 14 alle 16 ore al giorno e il ritmo sempre più incalzante imposto dalle macchine riduceva al minimo le pause. «La fabbrica – ha scritto a ragione David Landes – fu un nuovo tipo di carcere, e l’orologio un nuovo tipo di carceriere».


            Poi, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, i frutti dell’industrializzazione incominciarono a essere ripartiti più equamente. Uno dei risultati maggiormente visibili fu la progressiva diminuzione dell’orario di lavoro che, nell’arco di un secolo, si è dimezzato. Considerando, ad esempio, il caso della Germania, si è passati dalle oltre 3.000 ore del 1870 alle 2.750 del 1900, alle 2.375 del 1938, alle 2.275 del 1950, alle 1.741 del 1977 e alle 1.444 del 2001. Si è trattato di una discesa rapida che aveva la sua radice nello spettacolare aumento della produttività dovuto dal progresso tecnologico.
            Oggi alcuni economisti si chiedono una maggior quantità di tempo libero sia una scelta volontaria, oppure se non sia una condizione imposta dal mercato europeo del lavoro caratterizzato da un elevato tasso di disoccupazione e da un diffuso part-time. È probabile che sia il risultato di entrambe le componenti. Ma non è meno vero che la diminuzione dell’orario di lavoro si è verificata anche in tempi di piena occupazione, e allora la scelta era sicuramente volontaria.


            Possiamo quindi prevedere che l’attuale tendenza all’aumento della settimana lavorativa non rappresenti un’inversione di marcia, bensì uno degli innumerevoli tentativi di risposta che emergono nelle fasi di transizione quando la società è alla ricerca di nuovi equilibri. Ma è impensabile che di fronte all’incalzare di tecnologie
            labour-saving gli uomini scelgano di aumentare il loro carico di lavoro per un tempo indefinito.
            Dopo tutto, per ciascuno di noi l’unica merce davvero scarsa, che si consuma irrimediabilmente, è il tempo.


            L’umanità sarà davvero così miope da spenderlo tutto in un lavoro che possono compiere agevolmente le macchine?