“Commenti&Analisi” La strada «stretta» della solidarietà- G.Cazzola

30/06/2003



      Lunedí 30 Giugno 2003
      La strada «stretta» della solidarietà


      DI GIULIANO CAZZOLA

      Il Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti (Fpld-Inps) è l’architrave del sistema obbligatorio. Infatti, al netto delle gestioni confluite (trasporti, telefonici, elettrici e, da ultimi, dirigenti di aziende industriali) annovera, nel 2003, quasi 12 milioni di iscritti ed eroga 9,9 milioni di pensioni. La sequenza storica dei dati, combinata con alcune previsioni, è in grado di rappresentare con chiarezza (si veda la tabella a fianco) le performance delle pensioni nell’arco di parecchi decenni (dal 1980 al 2050) che inanellano tra loro molte generazioni. Viene in evidenza che il modello di solidarietà, già severo con i nonni, è divenuto generoso con i padri e tornerà a tirare i cordoni della borsa con i figli e i nipoti.
      I pensionati del 1980. In quell’anno andarono in quiescenza (aggiungendosi ai già pensionati) lavoratori nati negli anni Venti, le cui vicende professionali si svolsero, in gran parte, in un’economia prevalentemente agricola e in un’epoca contrassegnata dalla guerra e dalla ricostruzione. Benché dieci anni prima fosse entrato in vigore il metodo di calcolo retributivo (con riferimento agli ultimi tre anni, poi diventati cinque, di retribuzione) lo spazio per gli aggiustamenti (che pure non mancarono) fu abbastanza limitato: il rapporto tra la pensione media (considerando lo stock delle tipologie invalidità-vecchiaia/anzianità-superstiti) e la retribuzione media non arrivava al 40 per cento.
      I pensionati del 2000. Sono nati, invece, negli anni Quaranta. Lavorando, hanno conosciuto il miracolo economico e preso parte a una fase di crescita e sviluppo, connotata da certezza e stabilità dell’impiego. Al momento dell’uscita dal lavoro, essi sono stati in grado di mandare in cortocircuito un’anzianità contributiva, precoce e ininterrotta, con regole poco rigorose, al punto da migliorare, nel complesso, il rapporto tra pensione e retribuzione. È interessante notare che, tra il 1980 e il 2001, nel Fpld, gli iscritti sono aumentati solo dell’1%, il numero delle pensioni in pagamento dell’1,17%, il rapporto iscritti/pensioni è sceso da 1,35 a 1,16. Mentre la retribuzione imponibile è cresciuta di 4,5 volte, la pensione media (sempre riferita all’intero stock e quindi con un ricambio lento) di quasi sei volte. L’aliquota contributiva è rimasta al di sotto del 25% fino al 1985 e a livello del 27% fino alla riforma del 1995, allorché vennero trasferiti alla ritenuta per le pensioni alcuni punti percentuali reperiti da altre contribuzioni (soprattutto dalle prestazioni temporanee).
      I figli del baby boom. Il trend positivo viene confermato anche per queste generazioni che matureranno il diritto alla pensione – al più tardi – tra il 2005 e il 2010. Per loro le regole sono cambiate, ma non abbastanza, poiché continuano a conservare, quanto alle medie, un trattamento vicino alla metà del reddito.
      Le generazioni future. Le cose, va detto, non vanno altrettanto bene per i contribuenti, se si considera l’evoluzione dell’aliquota d’equilibrio, la quale si spinge a lambire il 50% della retribuzione dei lavoratori attivi fin verso il 2030-2035: il che vuol dire che le generazioni future dovranno onorare gli impegni assunti verso quelle precedenti con esborsi quasi proibitivi. Nello stesso tempo, però, è atteso non solo un rapido deterioramento del rapporto tra il numero degli iscritti e quello delle pensioni (il secondo sarà più elevato del primo), ma anche una netta contrazione della pensione media che, a metà del secolo, sarà inferiore al 30% della retribuzione media.
      Non basta il secondo pilastro. Si dice, a questo proposito, che i pensionati del 2040-2050 potranno compensare la modesta copertura pubblica con l’apporto del secondo pilastro. Il fatto è che i fondi pensione non sono in grado di far crescere le risorse nell’orto dei miracoli di Pinocchio. Mercati finanziari permettendo, si stima necessario un finanziamento continuativo dell’ordine del 9,25% della retribuzione (incluso il Tfr maturando) per ottenere, a suo tempo, un tasso di sostituzione privato pari al 16-17 per cento. Si tratta, dunque, di flussi aggiuntivi che graveranno, nei prossimi decenni, su lavoratori già chiamati a compiere un grosso sforzo di solidarietà, nell’ambito della ripartizione, verso le generazioni precedenti, assicurando loro, tra l’altro, prestazioni irripetibili per i pensionati futuri. Ecco perché non è equo un sistema siffatto.

      Un giro di vite ormai irrimandabileota
      conributoni
      Iscritti/ensioni
      PeNonostante la sua alleanza con la Lega,
      che si ostina a difendere le pensioni
      padane (tre quarti degli assegni di anzianità
      dell’Inps vengono pagati nelle regioni
      settentrionali), Tremonti deve impostare
      una manovra di bilancio (a partire
      dal Dpef) nella quale la ridda di sanatorie
      e di misure una tantum si trasformino in
      virtuosi interventi strutturali sulle uscite.
      Dal momento che non è consentito aumentare
      le tasse, non resta che affrontare le
      poste più importanti della spesa pubblica.
      Per fare cassa nella previdenza, occorre
      per forza contenere i flussi di uscita a
      partire dai nuovi pensionamenti anticipati
      che comportano all’incirca un onere aggiuntivo
      — ogni anno — dell’ordine di 4-5
      miliardi di euro. Così, sono all’esame soluzioni
      per accelerare l’andata a regime
      (prevista conclusivamente nel 2008) dei
      percorsi individuati dalle riforme (possibilità
      di usufruire della pensione d’anzianità
      con 35 anni di versamenti a 57 anni di età
      oppure con 40 anni di anzianità contributiva
      a qualunque età). Si pensa poi ad altri
      provvedimenti, già sperimentati in occasioni
      trascorse, come i giri di vite nei confronti
      dell’invalidità civile o l’introduzione di
      un contributo di solidarietà sugli assegni
      pensionistici più elevati.
      Inoltre, è sempre in agguato (a mezzadria
      con l’attuazione della legge Biagi) un
      forte incremento dell’aliquota di finanziamento
      della cassa dei parasubordinati presso
      l’Inps: la misura porterebbe benefici
      sostanziosi (ancorché di dubbia equità),
      visto che la gestione — per ora — si limita
      a incassare senza dover praticamente erogare
      trattamenti pensionistici agli iscritti.
      GI.CA