“Commenti&Analisi” la stagione del patto per l’Italia è lontana (A.Panzeri)

03/03/2004

        3 Marzo 2004

        ASSEMBLEA. LA STAGIONE DEL PATTO PER L’ITALIA È LONTANA

        di Antonio Panzeri

        Alla piattaforma sindacale unitaria servono spalle larghe e pensieri lunghi

        Il prossimo 10 marzo si terrà a Roma l’assemblea di quadri e delegati organizzata da Cgil-Cisl-Uil. E’ un fatto senza dubbio importante, una novità di notevole significato. Dopo tanto tempo Cgil-Cisl-Uil affrontano, con la solennità ed i “vincoli” di una grande assemblea di delegati, la prova di una piattaforma sindacale unitaria per delineare l’azione del sindacalismo confederale in Italia. Certo non tutti i problemi sono risolti, ma appare ormai lontana la stagione del Patto per l’Italia che portò all’accordo separato. Del resto la politica adottata dal governo Berlusconi ha mostrato tutte le sue debolezze e deficienze. Una politica economica incapace di invertire la tendenza in atto e una politica sociale che, nell’obiettivo di far cassa, sta di fatto producendo guasti al complesso sistema di welfare.

        In questo quadro, dunque, l’azione del sindacato, se non vuole essere irrilevante, deve rispondere a quel bisogno diffuso che si avverte della messa in campo di opzioni programmatiche e rivendicative capaci di riscrivere l’agenda del Paese. Bisogna essere consapevoli che la fase che il sindacato ha dinnanzi è molto impegnativa: lo è per le trasformazioni che hanno interessato ed interessano la società italiana ed il mondo del lavoro, lo è per la crisi di importanti comparti industriali e per le difficoltà economiche e sociali che riguardano tante famiglie, lo è infine per le vicende internazionali (Europa) che hanno il loro peso sull’economia e nel campo sociale.

        Questa complessa situazione interroga, oggi, con più forza i tre assi principali che formano uno stato sociale moderno e cioè: le politiche di sviluppo e crescita, le politiche di welfare e le politiche redistributive. Sulle prime appare abbastanza chiara l’urgenza di imprimere una svolta radicale alle politiche economiche ponendo al centro il tema dello sviluppo, dell’innovazione, della ricerca, della formazione. I dati Istat sulla crescita dell’Italia rendono quasi pleonastico osservare che non si riusciranno ad avere politiche virtuose dal punto di vista contrattuale e salariale se il Paese non sarà in grado di produrre reddito. Anche sulle politiche di welfare il quadro è sufficientemente chiaro. Bisognerà fare i conti con alcuni indicatori che disegnano il volto sociale del Paese: mi riferisco al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, al tema dell’inclusione di parti rilevanti delle giovani generazioni, soprattutto di ragazzi e ragazze con prestazioni lavorative precarie e discontinue: penso al tasso di occupabilità femminile, tra i più bassi in Europa, penso a quella fascia di lavoratori tra i 55 e 65 anni di età, anch’essa, percentualmente, tra le più basse in Europa, ed infine immagino lo sforzo che si dovrà compiere per realizzare una più forte integrazione e armonizzazione sociale di fronte alla questione dell’allargamento a 25 paesi in Europa.

        Non vi è dubbio che tutti questi indicatori sottopongono a tutti l’esigenza di una complessiva rivisitazione del sistema di welfare che vada oltre il pur importante tema delle pensioni. Servirà una connessione virtuosa tra politiche del mercato del lavoro, della formazione, della famiglia, dell’assistenza, del welfare locale, fiscali e previdenziali. Serviranno spalle larghe e pensieri lunghi. In sostanza un’idea alta dello sviluppo sociale ed economico per il sindacato deve tradursi in una piattaforma economico-sociale unitaria capace di fornire risposte oggi e progettare il futuro. Tutto ciò vale anche per le politiche redistributive.

        Oggi esiste un problema serio: i salari non crescono quanto l’inflazione e la mancata restituzione del fiscal-drag penalizza i redditi medio bassi. Accanto a ciò abbiamo un Paese che non produce reddito e beni pubblici da distribuire. In sostanza la coperta è sempre più piccola. Per aggredire questi problemi si avrà bisogno, come detto, da un lato di sollecitare politiche di sviluppo e crescita e dall’altro di recuperare margini da un “perfezionamento” dell’azione contrattuale. L’accordo del 23 luglio 1993 è da quasi undici anni sulla breccia. Ogni accordo è figlio della propria stagione, ma è innegabile che oggi sia per larghi tratti ancora un punto di riferimento. C’è bisogno di rafforzare quella idea nelle sue finalità concertative e contrattuali per salvaguardare il contratto nazionale e, se sono vere le trasformazioni avvenute ormai da tutti descritte, occorre investire in altre due direzioni: Europa e territorio, inteso non come localismo contrattuale ma come luogo, sistema nel quale si misurano, oggi, i fattori di competitività e si verificano i processi materiali che interessano le persone.

        Nella sostanza bisogna agire con forza e determinazione su tutto ciò perché saremo in grado di difendere e promuovere l’azione contrattuale se essa saprà reinterpretare i cambiamenti dei luoghi di lavoro e fuori da essi. E’ in questo quadro che si deve collocare una nuova politica dei redditi, nuova appunto perché da un lato reinquadra il tema del recupero dell’inflazione, della produttività e del fisco e dall’altro si connette con l’azione contrattuale. Appare evidente che una simile impostazione è strategicamente diversa da chi pensa che il ripristino dell’autorità salariale passa o dall’introduzione di automatismi o dall’apertura di una stagione basata semplicemente sui rapporti di forza luogo di lavoro per luogo di lavoro. Su tutti questi problemi serve un salto di qualità del movimento sindacale e da qui passa anche la questione dell’autonomia, la quale, come si può immaginare non è un certificato di garanzia che misura la distanza del sindacato dal quadro politico, ma è progetto unitario. E su di esso il sindacato non misura solo l’autonomia ma la sua coerenza. Ecco perché l’appuntamento del 10 marzo è importante, e non lo sarà solo per una rinnovata capacità di mobilitazione e di rapporto con i lavoratori e pensionati, ma soprattutto perché può rappresentare una occasione, da non perdere, per avviare un itinerario duraturo e capace di affrontare con lungimiranza le sfide che stanno di fronte e consegnare un soggetto unitario che, per forza e profondità di pensiero, saprà contribuire, in modo significativo, a cambiare il Paese.