“Commenti&Analisi” La solitudine di Tony Blair – J.Coe

28/03/2003


        venerd’ 28 marzo 2003



        La solitudine di Tony Blair
        di JONATHAN COE*
        *Scrittore inglese
            La settimana scorsa si teneva la Fiera del Libro a Londra e alcuni tra i miei editori si trovavano in città. In una sola serata, a un ricevimento all’Institut Français, ho parlato con editori provenienti da Norvegia, Danimarca, Olanda, Francia e Spagna. In circostanze normali, la prima domanda che mi avrebbero fatto sarebbe stata del tutto prevedibile: «Quando finirai il tuo nuovo libro?». Stavolta, invece, volevano chiedermi qualcos’altro: «Perché Tony Blair si sta comportando in questa maniera?». Lo sconcerto con cui viene guardato il comportamento di Tony Blair nell’Europa continentale è condiviso in Gran Bretagna, dove molti si stanno ancora opponendo con forza alla guerra contro l’Iraq voluta dagli americani. Però, per noi, il Primo ministro è sempre stato un personaggio sconcertante. Pochi politici hanno posto tanta enfasi sulla comunicazione ma – paradossalmente – pochi hanno avuto simili problemi a farsi capire. La sua espressione «terza via» (poi abbandonata in silenzio) è a questo proposito esemplare: una formuletta orecchiabile come uno slogan pubblicitario, che nascondeva una quantità di ambiguità e di contraddittorie indicazioni economiche e sociali. Nessuno in Gran Bretagna ha mai veramente capito che cosa volesse dire.
            Nonostante ciò, Blair appare ancora ai suoi concittadini come un uomo dal forte senso morale. Questo piace molto ai britannici, che apprezzano il moralismo nei loro politici come nei loro scrittori. Il problema è che da qualche settimana la sua retorica morale sembra seguire calcoli sbagliati. Rendendosi conto che la gente prova per questa guerra una ripugnanza emotiva, viscerale, Blair cerca di toccare le corde giuste, di convincerci con argomenti affettivi – cioè, secondo lui, conformi ai nostri criteri di giudizio -, elencando le atrocità di Saddam Hussein e in particolare quelle commesse ai danni dei bambini.
            I britannici potranno anche essere emotivi, ma non del tutto stupidi. Conoscono gli effetti delle bombe. Sanno che l’America possiede un arsenale immenso e devastante (a differenza dell’Iraq), e che si vanta di meraviglie tecnologiche come le bombe Moab, a micro-onde e a grappolo, e come i proiettili all’uranio impoverito. E potrebbero pensare, con qualche ragione, che colpire con queste armi il centro di Bagdad – bersaglio dei primi attacchi – sia un modo strano di migliorare le condizioni di vita dei bambini iracheni e degli altri civili innocenti. I britannici potrebbero anche pensare che ricorrere a questi metodi nel ventunesimo secolo, sia pure perseguendo un ideale (e davvero Bush assomiglia a un idealista?), sia vergognoso; e che a questa sola idea il genere umano in generale, e i suoi capi in particolare, dovrebbero abbassare la testa per la vergogna.
            Una spontanea e massiccia repulsione per i metodi della guerra moderna: ecco che cosa minaccia realmente l’autorità morale di Blair. Non certo le dimissioni di qualche ministro, motivo tutt’al più di un imbarazzo passeggero. Il capo della maggioranza parlamentare, Robin Cook, ha perduto la sua autorevolezza da tempo, in seguito a uno scandalo sessuale (su questo argomento l’opinione pubblica britannica è notoriamente inflessibile); quanto a Claire Short, più popolare e generalmente considerata più attenta ai princìpi, alla fine ha deciso di non lasciare il governo. Sostenuto da una vasta maggioranza parlamentare, Blair riesce bene o male a controllare ancora il suo esecutivo. E’ il suo rapporto con i cittadini, piuttosto, ad avere raggiunto una sorta di stallo emozionale: ogni parte si aggrappa appassionatamente alle proprie certezze morali, impermeabile a ogni ragionamento, e il fossato che separa l’una dall’altra non può essere colmato dalle parole o da argomenti razionali. Alla fine di questo processo, Tony Blair resta spogliato proprio di ciò che definiva la sua identità pubblica; si accorge – all’improvviso – di avere perso quell’infallibile istinto per il sentimento popolare che costituiva la più sicura delle sue qualità di politico.
            Nel settembre 1997, pochi mesi dopo essere stato trascinato al potere da una marea d’entusiasmo che pareva abbracciare tutte le opinioni politiche, a sinistra come a destra, Blair pronunciò un discorso per la morte della principessa Diana. Sembrava volere canalizzare, concentrare nella sua persona il dolore collettivo provato da un’intera nazione per la perdita di quella che lui battezzò «la principessa del popolo» (espressione perfetta, dai rimandi quasi mitici, ma coniata in realtà dalla giornalista Julie Burchill, famosa per i suoi editoriali populisti). Dopo Churchill e i suoi discorsi in tempo di guerra, forse mai fino a quel momento era stato così forte il legame tra un Primo ministro britannico e il suo popolo.
            Veniamo ora all’11 marzo 2003. Tony Blair, esausto e grigio in volto, è intervistato alla televisione da Trevor Mac Donald. Un incontro di un’ora davanti a un pubblico esclusivamente femminile, perché le donne britanniche – secondo i sondaggi – sono più contrarie alla guerra degli uomini. Le risposte di Blair non riescono a convincerle e il programma termina con uno spettacolo straordinario: un applauso ostile, beffardo, dal ritmo esageratamente lento, che continua mentre le luci nello studio si abbassano e scorrono i titoli di coda. Blair non può fare altro che restare immobile al suo posto, pietrificato dall’imbarazzo.
            Queste due immagini televisive, a distanza di cinque anni e mezzo l’una dall’altra, riassumono bene il cambiamento avvenuto nei rapporti tra Blair e il popolo britannico. Quali che siano le conseguenze globali di questa guerra, l’effetto immediato sul piano nazionale sarà questo: una profonda frattura tra il Primo ministro e l’opinione pubblica che, fino a poco tempo fa, credeva in lui.
            Sotto questo aspetto, Blair ha fatto un sacrificio immenso. E in nome di quale ideale? Continuo a pensare che sia guidato da un’intenzione morale, sì, ma angusta e relativistica. Certo, ben pochi piangeranno la fine di Saddam Hussein, se è questo il risultato che le migliaia di coraggiosi soldati americani e britannici riusciranno a ottenere. Ma guardiamo le cose in faccia: non sarà altro che il sottoprodotto – positivo – di una strategia americana di più lunga durata. E se la volontà di «disarmare» l’Iraq e «liberare» il suo popolo è (come credo) davvero una scusa per instaurare una forte presenza economica e militare dell’America in Medio Oriente, allora Tony Blair deve essersene reso conto e deve avere deciso che sta nell’interesse britannico sostenerla. Blair intuisce il carattere ineluttabile delle ambizioni globali degli americani e ha deciso di allearsi con loro, anche a costo di danneggiare i legami con l’Europa. La scelta che egli sembra avere ormai compiuto è fondata su una visione pragmatica dell’avvenire, ma di un pragmatismo sinistro. Mi rifiuto di credere che, tenuto conto dei suoi principi morali, Blair accetti questo a cuor leggero. Per giunta, questa scelta lo costringe a nascondere le sue vere intenzioni sotto la vernice retorica della compassione, e rischia di alienargli quel sostegno popolare che da sempre definisce la sua figura politica. Non stupisce che il suo aspetto tradisca il bisogno di una buona notte di sonno.


        Jonathan Coe, 2003
        Le Nouvel Observateur

        (traduzione di Laura Toschi)



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