“Commenti&Analisi” La sinistra europea e lo scoglio welfare (M.Lazar)

03/11/2003


1 NOVEMBRE 2003

 
 
Pagina 15 – Commenti
 LA SINISTRA E IL WELFARE
 
La sinistra europea e lo scoglio welfare

          MARC LAZAR


          La questione delle pensioni non è un´esclusiva italiana. È un problema che si pone in tutti i Paesi europei, segnatamente in ragione dell´evoluzione demografica (allungamento della durata di vita e rallentamento del ricambio generazionale), dei crescenti costi sanitari, dei cambiamenti in materia di organizzazione del lavoro, del trionfo delle nuove concezioni economiche e dell´efficace lobbing dei fondi pensioni. Le relative riforme scatenano accesi dibattiti, in corso attualmente in Germania e in Belgio, e suscitano a volte grandi mobilitazioni, com´è avvenuto quest´anno in Francia, in Austria e ora anche in Italia.
          L´opinione pubblica europea allarmata: benché largamente consapevole della necessità di cambiamenti, sta dimostrando un profondo attaccamento ai regimi pensionistici. Nel 2002 tre quarti degli europei hanno dichiarato di rifiutare la prospettiva di lavorare più a lungo ritardando l´età del pensionamento.
          In questo contesto, la sinistra e i sindacati si ritrovano in prima linea. Tanto più che secondo un luogo comune largamente diffuso in Europa, le pensioni e più in generale il welfare sono considerati come un´invenzione della sinistra. La realtà storica è però più complessa. Senza voler risalire a Bismark, che alla fine del XIX secolo edificò in Germania, per contrastare la crescente influenza dei socialisti, uno dei primi grandi programmi di assicurazione sociale, al quale si ispirarono poi vari altri paesi europei, le pensioni sono state generalmente opera di riformatori di sinistra come di destra: sindacalisti, mutualisti, alti funzionari. Prova ne sia che il grande sviluppo del sistema pensionistico e di protezione sociale in Europa, al di là della varietà dei sistemi pensionistici adottati dai singoli paesi, si compie tra gli anni ´50 e ´70, sotto governi di ogni colore politico. Il successo è tale che il diritto a una pensione il più possibile vantaggiosa è divenuto uno degli elementi costitutivi dell´identità europea. Mentre il grande successo della sinistra è stato quello di essersi accaparrata queste conquiste, presentandole come il risultato esclusivo della propria azione ed erigendole a strutture pressoché sacre. Lo ha fatto innanzitutto la sinistra riformista, in particolare a partire dalla fine degli anni ´70, quando negli Stati Uniti e in Inghilterra i neoliberisti hanno incominciato a rimettere in discussione le politiche sociali. Oggi, a sorpresa, sono invece gli schieramenti della sinistra più radicale – gli stessi che in passato denunciavano queste riforme come semplici aggiustamenti del sistema capitalistico di cui chiedevano la fine – a presentarsi come ardenti difensori dei sistemi pensionistici.
          Il problema delle pensioni figura al primo posto dell´agenda europea. Nel 2000, il vertice di Lisbona ha delineato una strategia globale di riforme, fondata su tre pilastri: l´innalzamento del tasso di occupazione, il calo del debito pubblico e il cambiamento dei regimi pensionistici, in vista, tra l´altro, di formule miste tra pensioni a ripartizione e a capitalizzazione. In Europa, questa strategia si declina in funzione di alcuni grandi parametri: l´orientamento politico dei governi (quelli di destra insistono sulla capitalizzazione, mentre quelli di sinistra vorrebbero regolarla), i sistemi pensionistici esistenti e le modalità di contrattazione tra le parti sociali e lo Stato. Ma la sinistra riformista si trova in una situazione difficile. Dal punto di vista politico, è stretta in una tenaglia tra la destra neoliberista che vuole smantellare i sistemi pensionistici classici, e la sinistra conservatrice e tradizionale, rappresentata dai partiti comunisti, dai trotzkisti in Francia e dalle correnti di sinistra in seno ai partiti socialisti europei, tutti schierati per la pura e semplice salvaguardia dei sistemi esistenti. Sul piano sociologico, la sinistra riformista è divisa tra la volontà di tener conto da un lato del crescente individualismo delle società, della realtà di un´economia di mercato aperta, dei richiami alla responsabilità individuale, e dall´altro della necessità di tutelare i più poveri e i più deboli, le donne, i lavoratori precari, sempre più numerosi, e gli stessi pensionati: in breve, tutti coloro che hanno come unico capitale la pensione. Nell´ambito dei valori, la sinistra riformista tenta di conciliare uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà con l´efficienza e la redditività. Infine, deve far fronte a un problema organizzativo: in passato la socialdemocrazia doveva in parte la sua potenza a una stretta associazione con i sindacati. Ma da alcuni anni questo collegamento tende ad allentarsi, e in alcuni paesi le pensioni accentuano questa tendenza. Mentre alla fine degli anni ´90 i socialdemocratici svedesi sono riusciti a promulgare su basi consensuali un cambiamento fondamentale del loro sistema, in molti altri casi i partiti della sinistra riformista non sono più in sintonia con i sindacati: questi ultimi sostengono le fasce di popolazione più vulnerabili, o rappresentano gli interessi di funzionari che beneficiano di regimi pensionistici particolari, ma anche quelli dei pensionati iscritti alle rispettive organizzazioni, il cui peso è a volte molto rilevante (nei sindacati italiani quasi un iscritto su due è in pensione), e difendono le posizioni di forza conquistate a volte nella gestione di enti pensionistici, oggi minacciati dalle riforme.

          Perciò, in questo campo la sinistra riformista oscilla fra tre diverse posizioni: la prima, adottata tra il 1997 e il 2002 dal governo di Jospin, consiste nel non cambiare nulla; successivamente il partito socialista si è opposto alla riforma dell´attuale governo sostenendo i sindacati più corporativi, nella speranza di riconquistare la sua base tradizionale. Oppure passare all´azione, come hanno fatto i socialdemocratici svedesi, e come Schroeder tenta di fare ora in Germania, accettando di rendere il sistema pensionistico più moderno e redditizio senza rinunciare a proteggere le fasce più deboli. La sinistra italiana ha assunto una posizione intermedia: mentre aveva appoggiato la riforma Dini nel 1995, ha condannato il progetto Maroni e sostenuto lo sciopero generale. Ma le recenti dichiarazioni di Piero Fassino sulla necessità di una riforma delle pensioni, così come le reazioni suscitate a sinistra e nei sindacati, dimostrano che la sinistra riformista italiana si prepara ad affrontare una nuova prova di verità, politica, strategica e identitaria.

          (Traduzione di Elisabetta Horvat)