“Commenti&Analisi” La sinistra contro l’«infermiere lituano» (M.Ferrera)

14/10/2005
    venerdì 14 ottobre 2005

      La sinistra italiana in piazza
      contro l’«infermiere lituano»

        di Maurizio Ferrera

          Gran parte della sinistra italiana si appresta domani a scendere in piazza contro la famigerata «direttiva Bolkestein». Analoghe proteste si terranno in tutti i paesi membri dell’Ue. Il nome dell’ex commissario europeo e’ ormai diventato il simbolo dell’Europa «cattiva», fautrice di liberalizzazioni selvagge, volte a scardinare i modelli sociali nazionali.

          Sulla scia del referendum francese dello scorso maggio, lo spettro di questa Europa sta diventando una presenza sempre più ingombrante, che rischia di bloccare il cammino dell’integrazione e forse anche di danneggiare alcune delle sue storiche realizzazioni.

          La direttiva Bolkestein mira alla creazione di un vasto mercato unico dei servizi, un settore economico cruciale da cui dipende ormai circa il 70 per cento del Pil europeo. L’abolizione degli ostacoli alla libera circolazione dei servizi (dalla distribuzione commerciale alle consulenze professionali) avrebbe effetti molto positivi sulla crescita economica e occupazionale: le stime parlano di 700 mila nuovi posti di lavoro su scala Ue. Secondo i promotori delle manifestazioni di domani, la liberalizzazione dei servizi rischia invece di scatenare una «gara al ribasso» sul fronte delle garanzie sociali, mettendo in competizione lavoratori di Paesi con costi e standard lavorativi molto diversi fra loro.

          Lo scenario evocato a sinistra è quello del famoso idraulico polacco che ruba il lavoro ai suoi colleghi francesi. In una fantasiosa versione nostrana (si veda il sito www.stopbolkestein.it) si parla di eserciti di infermieri con contratti lituani pronti a invadere i nostri ospedali, facendo precipitare la qualità dei servizi. Queste paure sono però largamente infondate. Il progetto di direttiva già prevede una serie di deroghe e salvaguardie: nessun infermiere potrebbe lavorare in un ospedale italiano seguendo le regole della Lituania. Inoltre il Parlamento di Strasburgo ha messo a punto vari emendamenti che escludono alcuni settori (come la sanità, appunto) dal raggio di applicazione della direttiva. La Commissione guidata da Barroso si è detta disponibile al dialogo. Vi sono dunque ampi margini per conciliare la liberalizzazione dei servizi con il mantenimento degli standard sociali che ciascun Paese ritiene di voler mantenere. La domanda da porre è allora: cosa propone, esattamente, la sinistra scendendo in piazza? Gridare «al lupo» non solo confonde le idee della gente, ma rafforza quello spettro minaccioso di un’Europa cattiva da cui bisogna difendersi. I modelli sociali nazionali non si salveranno chiudendosi a riccio e rifiutando la logica dell’integrazione economica. Si salveranno soltanto se sapranno servirsi di questa logica per abbattere le rendite di posizione, recuperare sostenibilità finanziaria e accrescere la propria efficacia. Ciò vale in particolare per il modello sociale del nostro Paese. Il ministro La Malfa può aver esagerato nel proporre una trasposizione anticipata della Bolkestein da parte del governo. Ma non vi è dubbio che il settore dei servizi registra in Italia strozzature e distorsioni particolarmente pronunciate e inique. È urgente un programma di incisive liberalizzazioni: e il punto di attacco potrebbe essere il mondo delle professioni (Tremonti ha annunciato misure imminenti, anche a prescindere dalla Bolkestein).

            Che Bertinotti e Diliberto siano fra i promotori della manifestazione di domani non sorprende. Ma la partecipazione di una delegazione dei Ds qualche perplessità la solleva. È vero che il partito di Fassino non si oppone per principio alla direttiva e si sta adoperando a Strasburgo per conciliare «liberalizzazione e coesione sociale». Ma sarà difficile in piazza affermare questa posizione e mantenere le distanze dagli striscioni contro l’Europa della competizione selvaggia. Sarà difficile proporre (se c’è) un messaggio costruttivo sul futuro del processo di integrazione e sul futuro del nostro modello sociale. Che ha bisogno di riforme coraggiose sul fronte dell’efficacia e dell’equità, non di slogan inconcludenti.