“Commenti&Analisi” La sinistra alla Jospin? Porta alla sconfitta – di S.Billè

27/03/2003

              27 Marzo 2003

              REFERENDUM. UN SÌ A BERTINOTTI SAREBBE DISASTROSO
              DI SERGIO BILLÈ

              La sinistra alla Jospin? Porta alla sconfitta

                Ha fatto più che bene la maggioranza ad imporre, sia pure con ritardo e dopo qualche imbarazzo, il ritiro di un emendamento presentato da uno dei suoi senatori che – proponendo di rendere permanente anziché solo sperimentale per un periodo di tre anni la modifica dell’art.18 – rischiava di riaccendere di brutto e nel momento peggiore la tensione anche con quei sindacati, la Cisl e l’Uil, che, firmando il Patto con l’Italia, avevano deciso di riattivare in qualche modo una collaborazione con il governo. E con questo mi auguro che l’incidente possa considerarsi chiuso, anche se il terreno per la legge ora all’esame del Senato resta lo stesso assai accidentato perché la discussione va avanti mentre un altro problema altrettanto esplosivo si profila all’orizzonte.

                Mi riferisco ovviamente al referendum sul quale si vota il 15 giugno e che propone la cancellazione di un’altra parte dell’art.18, quella che si riferisce al regime differenziato che, in tema di licenziamenti, è previsto per le imprese sotto i 15 dipendenti. Anche se i sindacati, compresa gran parte della Cgil, si sono guardati bene dall’aderire a questa proposta che, se venisse approvata, porterebbe lo scompiglio in milioni di piccole imprese, non credo che sia un referendum da prendere troppo sottogamba, anche perché rischia di svolgersi, a causa del conflitto in Iraq, in un clima assai confuso e surriscaldato. Ecco perché sarebbe importante- fino ad ora nessuno lo ha ancora fatto- informare gli elettori sui reali contenuti di questo referendum che nulla ha a che fare con quella parte dell’articolo 18 che tante polemiche ha scatenato. E sarebbe davvero madornale voler mettere, nello stesso recipiente e quindi valutare con lo stesso metro di giudizio, problemi così diversi tra loro. Per almeno due motivi. Primo, perché estendere anche alle piccole imprese al di sotto dei 15 dipendenti le stesse regole e le stesse normative oggi esistenti per le grandi e medie aziende, significherebbe, di fatto, tagliare le gambe, e nel momento peggiore, all’unica parte del sistema che oggi è in grado di produrre ancora sviluppo ed occupazione. Secondo, perché la validità di questo regime differenziato non solo è stato sancito, in più occasioni, dalla Corte costituzionale e da quella di Cassazione, ma avallata anche, per anni, senza alcuna sostanziale obiezione, anche dalle forze politiche di centrosinistra e da quelle sindacali.

                Le une e le altre si trovano oggi in forti ambasce: convengono che sarebbe un grave errore (e, difatti, si sono tutti guardati bene dal sottoscrivere la proposta referendaria) modificare questa norma, ma temono anche, schierandosi contro il referendum, di correre il rischio di regalare voti e consensi a Bertinotti. E, difatti, prendono tempo e cercano scappatoie che possano consentire loro di salvare, qualche modo, capre e cavoli. Ma, di fronte ad un referendum che prevede solo un sì o un no, questo tipo di operazione appare davvero impossibile. Identificandosi con la linea Bertinotti, tali forze non solo cancellano con un colpo di spugna tutte le sostanziali differenze oggi esistenti tra la loro politica e quella di un’estrema sinistra che punta, da sempre, ad un modello di società assai diverso da quello che loro propongono, ma rischiano anche di presentarsi alle prossime elezioni con un biglietto da visita che non è più quello di chi ha le carte in regola per assumere di nuovo la guida di un paese.

                Riflettano su quel che è accaduto, ad esempio, a Jospin, portatore di programmi e di proposte (le 35 ore, ma non solo) che, non compresi da gran parte dell’elettorato francese anche di sinistra, hanno finito col riportare la destra al potere. Assumere analoghi comportamenti prendendo a pretesto motivi di contingente opportunità politica sarebbe, da ogni punto di vista, un grave errore.