“Commenti&Analisi” La sfida rappresentanza (C.Dell’Aringa)

08/03/2005

    martedì 8 marzo 2005

    sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pagina 10

      RELAZIONI INDUSTRIALI – La globalizzazione ha messo in crisi le organizzazioni sindacali e chiede agli imprenditori cambiamenti culturali
      La sfida rappresentanza

        di Carlo Dell’Aringa

          Q uando si parla e si discute di temi di relazioni industriali, l’attenzione si concentra subito sul sindacato. Così quando si accenna alla crisi di rappresentanza, la mente corre alle crescenti difficoltà del sindacato a farsi portavoce degli interessi dei lavoratori — soprattutto giovani, soprattutto quelli dei nuovi lavori — che sembrano esprimere bisogni di protezione diversi da quelli di una volta.

          Questo succede non solo in Italia, ma anche in altri Paesi. Persino quando si fanno confronti internazionali fra i vari sistemi di relazioni industriali, si utilizzano spesso indicatori che riflettono l’attività dei sindacati, come ad esempio, il numero dei loro iscritti.

          E le organizzazioni dei datori di lavoro, chi parla di loro? Eppure anche loro sono organizzazioni fondamentali del sistema di relazioni industriali, anche loro hanno i loro iscritti, che diminuiscono o crescono a seconda dei luoghi e dei tempi che si considerano.

          Non si capisce se è più complicato raccogliere informazioni sulle organizzazioni degli imprenditori o si ritiene che l’argomento sia meno importante. Meritata o immeritata che sia, la disattenzione talvolta sorprende: sono rari gli studi o anche solo i dibattiti sui caratteri di queste organizzazioni e su come esse evolvono nel tempo.

          Non vi è infatti dubbio che il mondo e le modalità della rappresentanza cambino anche per loro. Se non altro esse subiscono i contraccolpi delle vicende che investono le loro controparti e cioè i sindacati. In un certo senso sono legati da un destino comune. Per lo meno per quell’attività che svolgono insieme, sia pure su posizioni contrapposte, e cioè la contrattazione collettiva, che è poi il nocciolo duro e l’essenza stessa delle relazioni industriali, per lo meno di quelle più tradizionali.

          In alcuni Paesi ( Usa, Gran Bretagna) vi è stata una caduta verticale dell’attività negoziale, per lo meno di quella condotta a livello nazionale, e ciò ha comportato una caduta di ruolo sia dei sindacati che delle rappresentanze dei datori di lavoro. Nel nostro Paese, nonostante si accenni a problemi di rappresentanza anche all’interno del sindacato, la situazione non è certo precipitata e la contrattazione collettiva rimarrà con noi ancora a lungo.

          Però è il caso di chiedersi, per capire la natura e la direzione del cambiamento, se stia cambiando anche ruolo e modalità di rappresentanza dei datori di lavoro. Certamente è cambiato il mondo degli associati, o dei potenziali associati. Ormai abbondano gli studi e le analisi di sociologi ed economisti industriali che descrivono una realtà in continuo movimento, fatta di multinazionali tascabili, delocalizzazione, sviluppo dei servizi, delle reti, di problemi del " made in Italy" eccetera, e sorge spontanea la domanda se tutto questo cambiamento dia luogo anche a un mutamento degli interessi da rappresentare a livello collettivo, di associazione. Si intravedono segni di cambiamento, in questa direzione? È difficile dare una risposta, anche se alcune novità della politica della Confindustria si prestano a una lettura di questo tipo.

          In questi mesi gli interessi di questa associazione ( e anche di qualcun’altra a dire il vero) si sono spostati verso i temi ( coi relativi problemi) della innovazione, della ricerca, delle infrastrutture, della concorrenza, della semplificazione amministrativa, della stessa cultura di impresa, di settori, in definitiva, nei quali ormai si tende a misurare il grado di competitività ( nel senso di capacità di attrazione) di un Paese.

          Non che i problemi sindacali tradizionali siano diventati improvvisamente meno importanti, ma è un dato di fatto che sono diventati relativamente meno importanti degli altri. Vi è da chiedersi se questo deciso cambio al vertice delle priorità sia stato determinato dalle urgenze, di natura contingente, o abbia in sé la forza di influenzare, in modo deciso, le tendenze di medio e lungo periodo.

          Se è vero, come si sente continuamente dire che, per competere coi nuovi giganti del commercio mondiale, Cina e India in testa, non è più sufficiente concentrarsi e contrattare col sindacato su costo e flessibilità del lavoro, è evidente che l’interlocutore privilegiato delle imprese diventa l’autorità pubblica, l’unica in grado di produrre quei beni e servizi pubblici ( ricerca, incentivi all’innovazione, infrastrutture, eccetera), senza i quali non si crea quell’ambiente favorevole e quei territori accoglienti per la nascita e lo sviluppo di unità produttive di eccellenza, a elevato valore aggiunto, senza le quali le molte potenzialità del nostro apparato produttivo andrebbero disperse.

          Come si atteggia la rappresentanza delle imprese di fronte a queste sfide? Talvolta si ha l’impressione che lo faccia in ordine sparso. Certo, alcune associazioni svolgono un ruolo preminente, ma il numero molto elevato di sigle rischia di rendere complicato un confronto efficace con le autorità pubbliche, sia a livello nazionale, che locale. A quali finalità risponde questa ricca articolazione, per non dire proliferazione, di associazioni imprenditoriali? Risponde ai nuovi interessi delle imprese? Queste per ora sono domande in attesa di risposte. Importante è, comunque, farsi le domande giuste. E che vi sia un interesse da parte delle associazioni a dare qualche risposta è dimostrato dalla partecipazione di molte di loro ai lavori di un seminario organizzato per domani dall’Associazione italiana di relazioni industriali ( Aisri) presso il Cnel, dal titolo significativo: « Le associazioni imprenditoriali oggi: quali prospettive? ».

            carlo. dellaringa@ unicatt. it