“Commenti&Analisi” La sfida italiana non è l’aumento dell’orario di lavoro (R.Bonanni)

23/09/2004

        ItaliaOggi
        Numero
        228, pag. 1 del 23/9/2004

        La sfida italiana non è l’aumento dell’orario di lavoro

        di Raffaele Bonanni
        Segretario confederale Cisl

        Gli accordi siglati in alcune aziende tedesche e francesi per un aumento dell’orario di lavoro a parità di salario in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali hanno riaperto in tutta l’Europa il dibattito sul tema della riorganizzazione aziendale ai fini di una maggiore competitività. L’equazione ´lavorare meno per lavorare tutti’ è stata sostituita da ´lavorare di più per lavorare tutti’. Ci troviamo indubbiamente di fronte a una crisi di tenuta del vecchio modello produttivo europeo. Da un lato siamo stati invasi dalla componentistica asiatica (pensiamo ai cellulari), dall’altro lato si sono moltiplicate le delocalizzazioni negli ex paesi dell’Est (Ungheria, Polonia, Paesi Baltici) grazie ai vantaggi sul fronte fiscale, del costo del lavoro e del sostegno al welfare. In molti paesi europei la tassazione d’impresa è la metà esatta di quella italiana: chi può biasimare le scelte economiche di molte aziende che preferiscono andare in questi paesi piuttosto che nel Mezzogiorno d’Italia dove tra l’altro la criminalità è un ostacolo allo sviluppo?

        Il problema è quello di correggere questo pericoloso ´dumping’ economico e sociale, sapendo che i vecchi stereotipi non funzionano più. In Europa abbiamo bisogno di strategie nuove, anticipando il cambiamento, non di subirlo impreparati. Finora produzione e consumi hanno confermato l’esplosione dei nuovi mercati, smentendo la suggestiva ´profezia di Gorz’, che immaginava una montagna di prodotti che avrebbero seppellito il mercato. Tuttavia la strada imboccata da sindacati potenti come l’Ig metal di assecondare l’aumento di ore a parità di salario appare come solo un tamponamento dettato più dalla paura piuttosto che da una nuova ´visione’ del ciclo produttivo. In ultima analisi, la ricetta tedesca rappresenta una sconfitta del potere contrattuale del sindacato. Un fatto, certo, sorprende: qualche anno fa, in risposta a scelte come queste, avremmo avuto cortei in tutta Europa, mentre oggi la cosa sembra essere passata sotto silenzio. Probabilmente la gente ritiene consapevolmente fondati certi timori, anche alla luce del fallimento francese dell’esperienza statalista delle ´trentacinque’ ore, che non ha prodotto né un aumento dei livelli occupazionali, né della produttività. Si pensava che la stessa quantità di produzione potesse essere ottenuta con un numero maggiore di lavoratori.

        Tuttavia, ipotizzare anche per il nostro paese un aumento dell’orario di lavoro per evitare la delocalizzazione delle nostre imprese appare una strada impraticabile: il nostro orario settimanale è già largamente superiore a quello tedesco, per non parlare delle ore lavorate in nero, degli straordinari o dei sabati lavorativi che ci rendono veri stakanovisti in Europa. Gli aumenti generalizzati dell’orario non servono. Piuttosto le decisioni devono essere prese a livello decentrato, nelle trattative tra singola azienda e rappresentanze sindacali. Sbaglia chi propone una riduzione per legge dell’orario, come ha chiesto recentemente la Ces guidata dall’inglese John Monks. Già nel 1998, Cgil, Cisl e Uil si dissero contrarie a una intromissione della politica su questo tema e proposero unitariamente una riduzione dell’orario, da contrattare posto per posto. Questa è ancora oggi la strada da seguire, puntando sull’esigenze specifiche di ogni singola azienda, piuttosto che sul dirigismo e sull’erga omnes. Oggi la vera sfida per il sistema Europa e l’Italia non è, dunque, quella di ridurre, quanto di rendere flessibile l’orario, in modo da renderlo più produttivo, riqualificando al contempo i lavoratori e utilizzando in modo più intensivo gli impianti, per rispondere a ritmi e modalità nuovi delle commesse.

        Tutto questo si può fare cambiando il modello contrattuale, dando più spazio alla trattativa aziendale e/o territoriale. La Cisl non ha in mente un ´federalismo’ contrattuale, come paventa qualcuno. Ma se vogliamo recuperare potere d’acquisto per i salari, la Cgil deve capire che la discussione sul nuovo modello contrattuale è diventata ormai una priorità. Alla fine il sindacato italiano troverà una soluzione, così come avvenne nel 1992 quando mandammo in soffitta gli automatismi salariali. La mancanza di innovazione e ricerca, la scarsità di manodopera specializzata, l’assenza di incentivi fiscali, la frantumazione aziendale: sono oggi queste le ´patologie’ del nostro sistema produttivo, che ci rendono vulnerabili alle delocalizzazioni, soprattutto nell’area del Nordest. Dobbiamo agire contemporaneamente su due fronti: da un lato, sostenere al Nord le produzioni esistenti, attraverso una moderna riorganizzazione aziendale, un uso flessibile e intensivo degli impianti, l’impiego di nuove tecnologie, e la partecipazione dei lavoratori nelle scelte aziendali; dall’altro lato, incrementare i fattori di convenienza per favorire nuovi investimenti nelle aree del Mezzogiorno. Non c’è un prima e un dopo. Per questo il sindacato deve uscire dalle diatribe interne: dobbiamo formulare subito una proposta complessiva per uno sviluppo ´organico’ e unitario del paese.

        Il governo, purtroppo, non solo non vuole confrontarsi sulla politica industriale, ma ha anche azzerato tutti gli incentivi per gli investimenti nel Sud. Il Mezzogiorno è stato abbandonato al suo destino. E ora si troverà a fronteggiare un calo delle risorse finanziarie erogate da Bruxelles a favore delle aree meno sviluppate. Ecco perché la questione non è quella di ridurre in maniera generalizzata l’Irap, ma dove e come ridurre nelle zone dove si vogliono favorire gli investimenti. Questo oggi può rilanciare il Mezzogiorno e dare ossigeno all’occupazione. (riproduzione riservata)