“Commenti&Analisi” La sfida globale di Bush da Bin Laden all´Iraq – di L.Caracciolo

26/03/2003
          26 marzo 2003

           
           
          Pagina 16 – Commenti
           
           
          LIMES IN EDICOLA
          La sfida globale di Bush
          da Bin Laden all´Iraq
                  LUCIO CARACCIOLO

                  La conquista dell´Iraq è per Bush un capitolo della guerra al terrorismo, destinata a esaltare la strapotenza dell´America in un mondo ricalibrato secondo le sue esigenze di sicurezza. Dunque, a liquidare la prospettiva dell´equilibrio multipolare, accarezzata da cinesi, russi ed europei. Quando Washington stabilirà che la guerra è finita, la superpotenza a stelle e strisce dovrà essere riconosciuta da tutti come egemone.
                  Gli attacchi all´Afghanistan e all´Iraq son stati concepiti come un´esibizione di forza militare. Dopo Saddam, è previsto che scatti l´ora del soft power. L´Iraq dovrà divenire il paradigma del nuovo Medio Oriente democratico cioè filoamericano. Secondo gli strateghi della Casa Bianca, dall´Iraq libero si sprigionerà un magnetismo capace di ridisegnare il profilo del Medio Oriente.
                  Per sostenere la propria visione, Bush ha enfatizzato il pericolo del terrorismo islamico e degli Stati accusati di proteggerlo. Osama e associati sono assurti così al rango di minaccia strategica. Un perfetto surrogato dell´Urss. Ecco perché secondo Bush la guerra al terrorismo sarà lunga, forse quanto la Guerra fredda. Finalmente l´America ha ritrovato il Nemico sottrattole da Gorbaciov. Ma mentre l´impero sovietico era situato nel tempo e nello spazio, il terrorismo islamico è potenzialmente infinito e globale. A esso possono associarsi tutti i nemici degli Usa.
                  Nella guerra al terrorismo Washington ha ottenuto importanti successi, visibili e non. Ha esercitato una regia militare e d´intelligence, utilizzando i partner in base ai propri interessi. Ma il pericolo resta. E con esso la legittimazione americana della guerra. Allo stesso tempo, l´accento sulla minaccia terroristica esalta l´islamismo radicale. Poiché gli offre un bersaglio evidente e unificante. Anche liquidando Osama, la rete resta. Si rinnova e s´alimenta continuamente grazie ai fiumi di petrodollari fuori controllo. Malgrado molti canali finanziari che la collegavano ad alcune élite dei paesi del Golfo siano stati prosciugati.

                  (…) In questa guerra l´America considera Russia, Cina e Stati europei come risorse cui attingere per i propri obiettivi. Oppure come ostacoli: chi non è con me è contro di me. L´estenuante preparazione della guerra a Saddam è servita anche a evidenziare la logica a somma zero dell´amministrazione Bush. Francia, Germania, Russia, Cina – ma anche Turchia – hanno sperimentato l´impermeabilità della determinazione americana. A costo d´affossare Onu, Nato e Unione europea. Quando Rumsfeld s´è lasciato sfuggire di poter (o voler?) fare a meno perfino degli inglesi, ha dato massima evidenza all´intolleranza statunitense per ogni forma di condizionamento "alleato".
                  Allo stesso tempo, l´esibito fastidio per il resto del mondo ha scatenato l´antiamericanismo persino in paesi amici come l´Italia. E ha prodotto il paradosso d´una superpotenza incapace di reclutare nel Consiglio di sicurezza una pattuglia d´ascari – dall´Angola al vicino Messico – in funzione antifrancese. Effetti collaterali del solipsismo à la Rumsfeld?
                  Bush concepisce le relazioni internazionali come rapporti di coppia. Il gigante Usa tratta con i singoli soggetti, tutti incommensurabilmente più deboli. Con la Russia, malgrado il braccio di ferro sulla guerra a Saddam, il rapporto sembra poter reggere. Troppi gli interessi in comune, dall´energia alla lotta al terrorismo islamico. Quanto alla Cina, la parola chiave è dilazione. Pechino si nasconde all´ombra delle altre potenze. Spera che Washington s´impegni il più a lungo e il più a fondo possibile in Medio Oriente, in modo da guadagnar tempo per il suo sviluppo economico e per la delicata, graduale apertura del suo sistema politico. Entrambi sanno che il confronto fra la superpotenza di oggi e l´aspirante rivale di domani è solo rinviato.
                  Infine gli europei. Nessuno dei partner comunitari ragiona più sulla scala dell´Ue. Lo schema amico/nemico applicato dagli Usa ha frammentato l´insieme a Quindici. È il trionfo del cherry picking teorizzato su Limes da John Hulsman, analista della "Heritage Foundation": sul territorio europeo l´America si riserva di cogliere le ciliegine più appetitose (una brigata britannica, una base italiana, una firma polacca o bulgara in calce a un documento antifrancese). Mentre contrasta ogni residua velleità d´integrazione, bollata come "neogollista" (1). L´importante è che il sogno d´una potenza europea, inevitabilmente destinata a limitare quella americana, non diventi mai realtà.
                  Per noi italiani, la crisi della prospettiva europea segna il tramonto di un´epoca. Quella dell´Europa come leva per risanarci. Di più, il deperimento del vincolo atlantico ci lascia senza rete. Per un paese impigrito dal vizio di delegare agli americani e ai principali partner europei le grandi scelte strategiche e la sua stessa sicurezza, è uno shock culturale. Abbiamo tutti perso la bussola.
                  (…) La guerra ha versato olio sul fuoco mediorientale. E ha invertito le priorità storiche. Al posto d´Israele, gli Usa sono divenuti il nemico principale. Subito dopo vengono i regimi più funzionali agli interessi di Washington. Il nesso fra il terrorismo, l´Iraq e gli altri nemici regionali dell´America s´è coagulato in occasione della campagna anti-Saddam. In questo labile contesto, la questione israelo-palestinese, carica d´un potente significato simbolico, resta decisiva.
                  La liquidazione del raìs di Bagdad potrebbe aprire la prospettiva d´un Medio Oriente meno pericoloso, per gli americani e per noi, e più generoso con i suoi abitanti. Ma in Iraq Bush dovrebbe rifuggire dalla logica del protettorato militare, insostenibile in quel contesto. E favorire invece la preparazione d´elezioni nazionali, primo passo per frenare le spinte separatiste e ricostituire uno Stato.
                  (…) Per l´Italia è importante che l´America non perda il dopoguerra e non si perda nel mondo. Ciò significa collaborare alla ricostruzione d´un Iraq stabile in un Medio Oriente più integrato, a cominciare dalla pace fra israeliani e palestinesi. Ma significa anche delimitare gli obiettivi della guerra al terrorismo. Gli americani stabiliscono che la missione definisce la coalizione. Lo affermano e lo praticano perché presuppongono che alcuni loro interessi vitali siano inconciliabili persino con quelli di molti paesi amici. Hanno ragione. A differenza di loro, il resto del mondo non si sente davvero in guerra con il terrorismo. Quindi non si mobilita come gli americani vorrebbero.
                  (…) La sicurezza dell´America non si costruisce con la proliferazione di protettorati in giro per il mondo, da trasformare in luminose mini-Americhe, terminali della geopolitica a stelle e strisce. Un miraggio rivoluzionario paradossalmente concepito da un club, oggi dominante alla Casa Bianca, che si definisce neoconservatore. Da solo Bush non può gestire nemmeno l´Iraq. Lo sa bene, così come lo sanno i suoi alleati tradizionali, ansiosi di ricucire lo strappo. Ma perché non si riduca a mero rammendo, la rinnovata alleanza dovrà vertere sulla coscienza dei rispettivi errori. Noi europei siamo chiamati ad abiurare l´egoismo nella lotta al terrore islamista, di fatto delegata agli Usa. E gli americani dovranno rinunciare ad esportare nel mondo la loro rivoluzione permanente.


          1. Cfr. J. Hulsman,
          "´Cogli la ciliegina´: l´America usa la debolezza europea",
          Limes 1/2003, "La strana guerra", pp. 141-150