“Commenti&Analisi” La sfida del sindacato credibile (P.Ichino)

22/06/2004

      martedì 22 giugno 2004

      Capitale e lavoro
      LA RAPPRESENTANZA / Il nodo dei negoziati a livello nazionale o di azienda

      La sfida del sindacato credibile


      di PIETRO ICHINO

      La notizia è che Cgil, Cisl e Uil stanno avviando discretamente fra loro una trattativa sulle forme della democrazia sindacale, seguita con interesse dalla Confindustria. Questa volta l’antica questione della verifica di rappresentatività dei sindacati nei luoghi di lavoro sembra destinata a una soluzione positiva, perché le tre contendenti puntano seriamente a un accordo. Le posizioni, però, sono ancora molto diverse e ci vorrà davvero molta buona volontà per conciliarle.

      La Cgil chiede democrazia diretta: assemblea, referendum sugli accordi che si stipulano, sottoposizione di ogni passaggio delle trattative al giudizio della base. La Cisl e la Uil invece diffidano dell’assemblearismo, privilegiano la partecipazione più strutturata, che si realizza nelle forme della democrazia delegata e dell’associazione. Rispetto alla volontà volatile di un’assemblea o di un referendum, Cisl e Uil privilegiano la volontà più meditata e consapevole di chi al sindacato ha conferito la propria adesione stabile e impegnativa.

      La Cgil teme il rischio di un sindacato che perde il contatto con la propria base, con il clima reale dei luoghi di lavoro, come è accaduto nell’inverno scorso nel settore dei trasporti municipali ed è parso accadere anche due mesi fa alla Fiat di Melfi. Invece, il rischio contro cui mettono in guardia Cisl e Uil è un altro: quello che la democrazia diretta finisca col far prevalere la volontà di una parte soltanto dei lavoratori, e non della migliore.


      Un eccesso di ricorso alla partecipazione di base può fare sì che risulti sovra-rappresentata la parte che dal proprio lavoro trae minore soddisfazione, o anche semplicemente quella che alza di più la voce; un eccesso di ricorso all’assemblea o al referendum – avverte la Cisl – può finire col privilegiare gli umori effimeri di un momento rispetto a scelte elaborate e approvate secondo le regole statutarie dell’associazione.


      La Confindustria, dal canto suo, avverte le controparti: «Più lascerete le redini sul collo alle assemblee nei luoghi di lavoro, più lascerete che siano i referendum a governare giorno per giorno e azienda per azienda le scelte sindacali, meno spazio ci sarà per la contrattazione nazionale, e ancor meno spazio per una concertazione sui grandi temi della politica economica e del lavoro». È logico: per gli imprenditori, negoziare un accordo nazionale ha senso soltanto con una controparte che garantisca anche in periferia comportamenti coerenti con le scelte negoziate al centro. Paradossalmente, però, è proprio la Cgil – tendenzialmente più «movimentista» e «assemblearista» – a difendere un sistema di contrattazione collettiva fortemente centrato sul contratto collettivo nazionale. Mentre sono proprio la Cisl e la Uil, cioè le confederazioni che più sottolineano la necessità di un rapporto organico forte tra le singole associazioni e i propri rappresentanti periferici, a manifestare la maggiore disponibilità per uno spostamento del baricentro della contrattazione collettiva dal centro verso la periferia, cioè per dare più peso alla contrattazione regionale o aziendale rispetto a quella centrale.


      La verità è che, se vogliono tirare fuori l’economia italiana dalle secche in cui si sta arenando, imprenditori e lavoratori devono recuperare la capacità di elaborare una visione condivisa dei vincoli con cui fare i conti e degli ostacoli da superare, in modo da potersi accordare su progetti coraggiosi di largo respiro: progetti fondati su di una ripartizione equa dei costi e dei benefici, oltre che su di una solida affidabilità reciproca delle parti, almeno a medio termine. Candidata a vincere è l’azienda nella quale lavoratori e management riescono a stipulare questa scommessa; il problema è che per stipularla i lavoratori hanno bisogno non soltanto di un management credibile, ma anche di un sindacato credibile: affidabile per loro stessi e per la controparte, proprio perché capace di chiedere e ottenere la fiducia dei lavoratori su di un programma impegnativo, e quindi di realizzarlo con determinazione senza bisogno di consultare la base a ogni passo.


      Se poi questa affidabilità reciproca si riesce a costruirla anche tra il sindacato e il governo, così che una scommessa coraggiosa possa essere stipulata anche sul piano nazionale – come accadde nel 1993 con il protocollo Ciampi – allora a vincere è l’intero Paese. Ma per questo occorrerebbe un interesse reciproco tra governo e sindacati, che oggi non sembra davvero all’ordine del giorno.

      Pietro Ichino
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