“Commenti&Analisi” La scommessa dell´Europa sul tavolo del dopoguerra – di A.Bonanni

02/04/2003

             
            MERCOLEDÌ, 02 APRILE 2003
             
            Pagina 17 – Commenti
             
            La scommessa dell´Europa sul tavolo del dopoguerra
             
             
             
            Finito il conflitto agli Usa serviranno i finanziamenti e i voti europei alle Nazioni Unite e i soldati Nato
            Il presidente della Commissione ha deciso di ritagliarsi un ruolo autonomo dai vari governi
             
            ANDREA BONANNI

            Il massacro di Najaf «dimostra che non esiste una guerra intelligente, per quanto avanzate siano le tecnologie e per quanto precise le armi nelle mani dei soldati». Sono durissime le parole con cui ieri il portavoce della Commissione di Romano Prodi ha condannato la carneficina di donne e bambini per mano degli americani, «un evento purtroppo non isolato». E colgono con precisione il punto di svolta emotivo in cui l´opinione pubblica europea passa dall´interrogarsi sulla legittimità della guerra all´indignarsi per i suoi orrori. «Questa guerra sta diventando, come tutte le guerre, crudele», sintetizza lo stesso Prodi da Tunisi, ultima tappa di un viaggio che gli permesso di toccare con mano «il grande pessimismo» che ormai pervade il mondo islamico circa l´esito del conflitto.
            Mentre i governi europei restano prigionieri delle divisioni tra chi appoggia e chi critica l´intervento anglo-americano in Iraq, mentre questa contrapposizione finisce per elidere la capacità dell´Unione di incidere sugli eventi, la Commissione di Romano Prodi si fa interprete dell´opinione pubblica continentale nel condannare in modo sempre più esplicito il massacro iracheno.
            Una scelta non facile, visto che lo stesso Parlamento europeo non è riuscito a votare una risoluzione in materia. Una scelta che certo non migliorerà i rapporti di Prodi con Blair, o Aznar, o con lo stesso Berlusconi.
            Ma è evidente che, in un momento in cui molti leader europei si sono vistosamente allontanati dai propri elettori, il presidente della Commissione ha deciso di sganciarsi dalla tutela dei governi per ritagliarsi un ruolo autonomo, per farsi portavoce di un´ansia condivisa dal «popolo europeo» che non riesce a trovare espressione nelle altre istituzioni dell´Unione. Lo si è visto anche nella netta presa di posizione con cui Prodi ha sostenuto l´iniziativa di Belgio, Francia e Germania per un vertice ristretto sulla difesa, iniziativa che ora l´Italia sta affannosamente cercando di riportare nell´alveo comunitario, non si sa ancora con quanto successo.
            Finora l´accusa ricorrente contro la Commissione era quella di alimentare il distacco tra le istituzioni comunitarie e i cittadini. Ora, spalleggiato anche da una presidenza greca che si è sentita scavalcata dalle manovre americane per dividere gli europei, Prodi cerca di dimostrare che Bruxelles può essere più in sintonia con il sentire comune del popolo europeo di quanto lo siano molti governi nazionali. Tanto più che, di fronte alle immagini degli orrori di una guerra che diventa ogni giorno più «sporca», è sempre più difficile per quei leader che l´hanno legittimata e addirittura incoraggiata difendere le conseguenze delle loro scelte.
            È anche per cercare di rinsaldare la vacillante retrovia politica europea che il segretario di Stato Colin Powell si è deciso finalmente ad attraversare l´Atlantico per cercare di riattaccare i molti cocci lasciati dall´intervento unilaterale americano. È da gennaio che Powell non mette piede in Europa.
            «Sarebbe stato bello se un´iniziativa simile l´avesse presa prima dell´inizio della guerra», ha commentato acido il portavoce della presidenza greca. E in effetti, se il successo militare americano resta ancora tutto da dimostrare, il fallimento della diplomazia Usa è sotto gli occhi di tutti.
            Indipendentemente dal minacciato veto francese, gli Stati Uniti non sono stati capaci di raccogliere all´Onu i nove voti necessari per ottenere l´avvallo, almeno morale, del Consiglio di Sicurezza all´intervento militare. Hanno spinto la Russia tra le braccia degli europei. Non sono riusciti a ottenere il via libera per il passaggio delle loro truppe in Turchia. Se si escludono duecento soldati polacchi non hanno avuto dalla «nuova Europa», tanto cara a Rumsfeld, né uomini né mezzi da schierare anche simbolicamente a fianco dei marine. Ed ora si trovano nell´imbarazzante situazione di dover negoziare con gli europei i modi e gli strumenti per gestire il dopo-Saddam .
            A Bruxelles, domani, Powell incontrerà i ministri degli esteri dei Quindici e quelli della Nato. Li vedrà nella sede dell´Alleanza, scelta che ha già fatto storcere il naso a francesi e tedeschi. Inoltre avrà un colloquio con il collega russo Igor Ivanov che farà sosta in Belgio prima di un incontro trilaterale con francesi e tedeschi in programma per venerdì a Parigi. Ma giustamente la ricognizione del segretario di Stato comincia sul fronte politico più disastrato: la Turchia.
            Ancora a dicembre Washington faceva fuoco e fiamme per far entrare la Turchia, alleato privilegiato, nell´Unione europea. Ora non solo gli americani si sono visti negare dal parlamento di Ankara il permesso di passare per l´Anatolia, ma nel tentativo di blandire i generali turchi hanno dovuto cedere sulla questione cipriota accettando che la Turchia mantenga il suo protettorato su una metà dell´isola. Risultato: il 16 aprile Cipro entrerà nell´Unione europea solo per la parte controllata dal governo legittimo, l´Europa si trova sul proprio territorio 35 mila soldati turchi e la Turchia, paese candidato, non riconosce neppure l´esistenza di uno dei futuri stati membri dell´Ue. Un pasticcio che allontana di parecchio le prospettive di ingresso di Ankara nell´Unione e che lascia planare qualche inquietudine sull´evoluzione democratica del Paese.
            Quanto al dopo-Saddam, se non vogliono trasformare l´Iraq in una colonia americana, gli Stati Uniti avranno bisogno dei soldi dell´Europa per la ricostruzione, dei soldati Nato per il mantenimento della pace e dei voti europei all´Onu per garantire la transizione.
            Nessuno di questi tre risultati è acquisito. Chirac ha già fatto sapere che si opporrà a qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza che legittimi ex post l´invasione anglo-americana. In altre parole, l´Europa non accetterà un protettorato americano sull´Iraq a meno che Washington non lasci completamente nelle mani delle Nazioni Unite la gestione del dopo-Saddam. Le stesse riserve si incontreranno anche in sede Nato, visto che difficilmente l´Alleanza si mobiliterà senza la benedizione dell´Onu. Quanto ai soldi, è improbabile che gli europei siano disponibili a finanziare la ricostruzione dell´Iraq se non potranno anche garantirsi fette consistenti della torta, che però Washington ha già in gran parte distribuito alle imprese americane. Anche sul dopo-guerra, la via crucis di Colin Powell in Europa si prospetta tutta in salita.