Commenti&Analisi” La scelta del sindacato

01/12/2004

    mercoledì 1 dicembre 2004
    pagina 12

    La scelta del sindacato
    Gli scioperi generali ormai somigliano sempre più ad atti dovuti. Ma questa volta Cgil, Cisl e Uil di nuovo insieme hanno deciso di affrontare le piazze sapendo che sarebbero state criticate con l’accusa più banale e più devastante: «Scioperare contro il taglio delle tasse è lo sciopero più pazzo del mondo».

    I leader sindacali sono troppo smaliziati per non avere messo nel conto anche questo clamoroso rischio di autogol. E hanno annunciato dai palchi delle città bagnate di mezza Italia che contestano la riforma perché è iniqua. Non concordano sul fatto che il 51% dei benefici si concentrino su una platea stretta di contribuenti (il 20%). Nei comizi non è neppure mancato qualche scivolone verbale come quello che ha spinto Pezzotta, un sindacalista che pure si è sempre distinto per scelte coraggiose e responsabili sia nella gestione del sindacato sia nei rapporti tra politica e rappresentanza, a sostenere che «la riforma è eversiva». Un accento che vuole, probabilmente, segnalare che si mettono in discussione sistemi consolidati ma che, in Italia, può generare pericolosi equivoci. E che, per di più, suona come una conferma "involontaria" del fatto che la riforma è davvero una riforma perché cambia lo stato delle cose.


    Nel complesso, il sindacato ha fatto una scelta, politica (nell’accezione di "cura della cosa pubblica"), di medio lungo periodo chiedendo di destinare le risorse a progetti più indirizzati al recupero competitivo del Paese. È vero che la competitività è argomento non certo a presa rapida per i sondaggi elettorali e, in fondo, per gli stessi sindacati, ma è questa la questione per lo sviluppo economico del Paese. Ciò significa che servono risorse per aumentare il valore del capitale umano, gli investimenti in ricerca, innovazione e infrastrutture. Anche questo chiedevano ieri i sindacati, ma occorre poi entrare nel merito dei problemi per risolverli. Si potrebbe partire da una nuova stagione di investimenti nel Mezzogiorno — che è il vero bacino di sviluppo del Paese — ma questa richiesta, che accomuna oggi imprese e sindacati, necessita di una "terza gamba", quella del Governo, che oggi sembra puntare tutte le sue carte sui consumi. Ma il Sud (e lo sviluppo) non possono attendere.