“Commenti&Analisi” La riforma Vietti delle professioni – di G.P.Prandstraller

28/05/2003

ItaliaOggi
Numero
125, pag. 1 del 28/5/2003
di Gian Paolo Prandstraller

La riforma Vietti delle professioni rende esplicita l’attuazione del nuovo lavoro Una vera rivoluzione sociale

La promessa, imminente, della trasformazione in legge del testo della commissione Vietti (sulle professioni intellettuali) rappresenta un evento giuridico molto importante. Ne è prova l’attesa che le categorie professionali riservano all’avvenimento e la corrispondente delusione dei numerosi attori sociali che non volevano si giungesse a una regolamentazione unitaria delle professioni. Ma la cristallizzazione in principi e norme degli orientamenti sottesi costituisce anche la base d’una inevitabile riflessione socio-politologica.

Nel testo della commissione Vietti si legge, all’art. 1, che ´per professione intellettuale s’intende l’attività, anche organizzata, diretta al compimento di atti ovvero alla prestazione di servizi e opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e in via prevalente con lavoro intellettuale, per la quale è richiesto un titolo di studio universitario o di pari livello avente valore legale’.

Questa enunciazione incorpora un insieme di elementi strutturali che devono essere messi in evidenza e resi chiari al pubblico. L’enunciato invero implicitamente afferma e dichiara:

a) il riconoscimento dell’esistenza di una nuova classe (meglio, d’un nuovo ceto) avente un rilievo economico importantissimo;

b) l’attestazione che è nato (ed è operante) un tipo di lavoro ulteriore e diverso rispetto al lavoro tradizionale che ha caratterizzato tutta la società industriale.

Queste due dichiarazioni sono di tale rilievo che sarebbe assurdo non approfondirne i contenuti.

Fermiamoci sulla prima: si tratta della presa d’atto che è in piena espansione (in Italia) il ceto dei ´lavoratori della conoscenza’ e che esso è formato essenzialmente da professionisti e da tecnici e, per analogia, da quelle attività non riconosciute come professioni il cui modello rimanda direttamente alle professioni intellettuali.

Queste ultime vengono dunque configurate come l’epicentro sostanziale del nuovo raggruppamento, con il corollario di numerose attività vicine a esse, in quanto esprimono le stesse esigenze conoscitive.

Si tratta di molte attività, pur non definite come professioni, che possiedono i seguenti requisiti:

1) sono titolari di uno specifico, ossia di un corpus teorico-pratico di conoscenze specifiche che dà potenzialmente risposta a delicati bisogni e problemi della popolazione nei campi propri a ciascuna;

2) vogliono poter agire in modo autonomo nell’adempimento delle funzioni tipiche;

3) possiedono un’etica che disciplina i comportamenti dei membri verso i fruitori delle prestazioni e la società nel suo insieme.

Tutto ciò significa che, per appartenere al nuovo ceto, occorre un requisito essenziale: acquisire, con gli studi (universitari o di pari livello), le conoscenze che appartengono alle professioni (medicina, avvocatura, ingegneria, notariato, giornalismo, scienze economico-commerciali, architettura, urbanistica, biologia, chimica, geologia, veterinaria, psicologia ecc.) e/o alle attività che per contenuto cognitivo sono analoghe alle professioni riconosciute (per es.: insegnamento, docenza universitaria, ricerca scientifica, critica letteraria, musicale, teatrale, cinematografica, musica e direzione d’orchestra, arti visive e fotografiche, design, pubblicità professionale, management specialistico-marketing, auditing, direzione strategica ecc.), o all’attività burocratica civile e militare professionalizzata (per es.: i membri delle forze armate che possiedono una preparazione acquisita nelle Accademie militari, i funzionari professionali delle polizie, gli addetti ai grandi servizi). Il testo della commissione Vietti implica dunque non solo il riconoscimento che un nuovo ceto è divenuto una componente attiva della società italiana, ma che esso è composto da professionisti e tecnici che controllano un ramo del sapere e lo applicano per risolvere problemi che interessano tutta la società.

Perciò, l’ammonimento del testo Vietti a chiunque aspiri a far parte del nuovo ceto è che tale fatto non può avvenire senza che i membri possiedano una preparazione universitaria o equiparata. Donde l’inevitabilità dell’esortazione ´studiate, giovani!’, e la conclusione che le carriere avventurose ma non dotate di basi scientifiche saranno sempre più eccentriche e non garantite.

Nel complesso il previsto varo della legge-quadro implicherà l’avvento d’una società nella quale l’inserimento nei ruoli lavorativi sarà più difficile di quanto lo sia stato in passato e lo sia attualmente. Una società estensivamente professionale ha infatti accessi più ardui di ogni società che fa leva soltanto sulla mera abilità commerciale, sull’intuito speculativo, e cose simili.

Il secondo punto riguarda la nascita, ormai apertamente riconosciuta dalla legge, di un nuovo tipo di ´lavoro’, accanto e con tutta probabilità al di sopra di quello tradizionale.

Noi siamo ancor oggi abituati a considerare come lavoro l’impegno principale che ci ha trasmesso la società industriale. Ma sappiamo che è un lavoro in crisi perché ha perso la sua continuità e permanenza e si è sfrangiato in lavoro a tempo, telelavoro, job-sharing, collaborazioni coordinate e continuative, lavoro a chiamata ecc.; ma, nella coscienza collettiva, è ancora immanente e pervasivo.

Ecco ora concretizzarsi, attraverso una normativa esplicita, la centralità di un genere lavoro che non incorpora affatto le caratteristiche riconosciute per tanto tempo al lavoro industriale, e tanto meno a quella specificazione esasperata dal medesimo che fu il taylorismo: è il lavoro professionale.

Il testo della commissione Vietti lo definisce ´lavoro intellettuale’ e lo inquadra come lavoro individuale autonomo, come lavoro dipendente e come lavoro esperibile nell’ambito di una associazione o di una società di professionisti. Sono altrettante modalità di attuazione del nuovo lavoro, che avranno presto un’ampia applicazione sociale e soverchieranno il settore ormai corroso del lavoro manuale e non fondato su conoscenze specifiche.

Non può sfuggire l’importanza di questa innovazione, che ribadisce uno stato di cose già esistente rendendolo però legislativamente esplicito. Il testo per così dire notifica il mutamento in atto e sprona i giuslavoristi, i sociologi del lavoro, gli economisti, i sindacalisti e gli imprenditori a comprendere appieno la situazione che si è creata, la quale è completamente diversa da quella che faceva capo al lavoro industriale.

Comincerà una riflessione scientifica sul lavoro impostata in maniera altra da come attualmente si presenta: tra meno di dieci anni troveremo forse inadeguati e inutili gli indirizzi critici finora imperanti; molti volumi e molte sentenze saranno mandati in soffitta, perché il lavoro professionale pare destinato a diventare la forma più importante di lavoro, e i suoi problemi (le tensioni, i conflitti, le difficoltà, i rapporti complessi che esso postula e richiede) diventeranno l’oggetto centrale della psicologia e della sociologia del lavoro, mentre la medicina del lavoro dovrà soffermarsi su temi alternativi rispetto a quelli che ora le sono abituali. L’enorme campo del lavoro subirà insomma una rivoluzione che oggi sembra lontana, mentre probabilmente è vicina, anzi imminente.

Gian Paolo Prandstraller