“Commenti&Analisi” La riforma Vietti delle professioni – di G.Lupoi (Colap)

27/05/2003

ItaliaOggi
Numero
124, pag. 1 del 27/5/2003

di Giuseppe Lupoi

*coordinatore nazionale del Colap

La riforma Vietti delle professioni costruisce solo delle supercorporazioni che tradiranno tutti i compiti loro assegnati

Il parlamento si sta accingendo a intervenire sul problema della riforma delle professioni intellettuali.

Riformare il sistema delle professioni e i suoi modelli organizzativi vuol dire intervenire e incidere sui nodi strategici dell’economia come la qualità dei servizi alle imprese e alle persone, sui rapporti tra formazione e giovani generazioni, sulla collocazione dell’Italia nei processi di integrazione europea e di competizione internazionale.

La bilancia dei pagamenti del settore presenta, unico caso tra i paesi più industrializzati, un deficit di 10.800 miliardi. Il peso maggiore del deficit è dovuto ai servizi di consulenza legale, fiscale, contabile; campi in cui esiste in Italia una presenza stabile di importanti gruppi internazionali che relegano gli studi professionali nazionali in posizioni marginali e di minor redditività.

Il teorema della crescita illimitata, che sembra presiedere a ogni legge finanziaria e per il quale, senza alcuna ragionevole motivazione, senza alcuna riforma strutturale del sistema economico, il paese crescerà, quasi che la crescita sia ineluttabile, non regge più.

Spesso si afferma che per garantirsi una crescita è sufficiente alleggerire il carico fiscale, così da aumentare i consumi. Si dimentica, però, che questa ricetta ha sicuro effetto solo su economie chiuse e su economie forti quando, assieme ai consumi, aumenta anche la produzione. Nel primo caso perché lo scambio con i sistemi esterni è impedito, nel secondo perché il prodotto del paese è vincente.

Non vale per le nazioni che non hanno capacità produttive: per queste l’aumento dei consumi diviene elemento di povertà, come i paesi di sottosviluppo. Vale poco per i paesi con produzione debole, come è il nostro, che ormai da molti anni sta perdendo capacità di competere. Per vedere aumentare il pil è necessario mettere mano alle riforme strutturali e non affidarsi solo ed esclusivamente alla fiscalità.

Ormai la ricchezza di una nazione non è data più dal possesso di un’agricoltura fiorente o dal controllo delle rotte commerciali o dal possesso delle materie prime. La ricchezza e lo sviluppo di una nazione sono dati dal possesso dei giacimenti della conoscenza. Per questo le riforme più necessarie sono quelle che aumentano la diffusione e la qualità del sapere: scuola, università, ricerca, professioni. E per quest’ultimo aspetto, quello delle professioni, c’è tanto da fare, avendo noi una regolamentazione datata, rigida, eccessiva in alcuni settori, totalmente assente in altri.

I principi ispiratori dell’attuale modello ordinistico sono quelli dei primi anni del secolo scorso quando l’esigenza principale dello stato era garantire il cittadino dalle possibili prevaricazioni di coloro che avevano ´la conoscenza’, che erano pochi e potevano avvantaggiarsi di una palese asimmetria informativa: gli ordini professionali nascono infatti con il compito principale di vigilare sulla correttezza del comportamento del professionista tramite tribunali domestici, gestiti dagli stessi professionisti. Su quei principi si è poi innestata la legislazione di controllo autoritario anche delle libere professioni del ventennio, tra cui il codice civile tuttora vigente.

Il sistema normativo che presiede alle professioni, di conseguenza, non tiene conto:

- del rovesciamento del rapporto tra offerta di prestazioni e richiesta di prestazione (prima l’offerta era inferiore alla domanda, ora è vero l’opposto);

- della fine di un mondo statico con poche professioni generaliste (avvocato, medico, architetto ecc.) e della conseguente necessità di specializzazioni spinte all’interno delle professioni tradizionali;

- della nascita continua e sempre più veloce di nuove professioni;

- della sempre maggiore necessità di fornire al cittadino/utente/cliente la massima garanzia sulla capacità del professionista di svolgere la prestazione richiesta.

Obiettivo dichiarato della riforma, quindi, è costituire un sistema che riesca ad aumentare la garanzia per il cittadino relativamente alla qualità della prestazione professionale, e questo sia per le professioni ´storiche’ sia per le nuove.

Praticamente tutte le varie proposte all’esame si prefiggono di raggiungere questo obiettivo ampliando i poteri e le funzioni degli ordini professionali e ponendo accanto a questi, con funzioni e compiti assai modesti, le associazioni professionali. I proponenti dicono di aver così proposto un sistema duale, quando, a ben vedere, hanno solo sterilizzato la novità con un’iniezione letale.

Ma quel che è più grave è che nessun commentatore, né sulla grande stampa nazionale né su quella specializzata, ha ritenuto di dover evidenziare lo strabismo evidente delle proposte: oltre ai compiti tradizionali già ricordati si dà agli ordini la gestione dell’esame di stato, la formazione nella fase del tirocinio, la formazione continua del professionista, l’individuazione dei profili professionali, la funzione legislativa relativamente alla condotta deontologica ecc. costituendo così un sistema ancor più autoreferenziale di quello previsto dalla Costituzione per il Consiglio superiore della magistratura.

Ed ecco lo strabismo. Coloro che sostengono che il Consiglio superiore della magistratura non sia stato in grado di controllare la qualità e la correttezza dei magistrati sono gli stessi che propongono di organizzare gli ordini alla stessa maniera, solo con maggiore indipendenza e autoreferenzialità.

Nessuno sembra accorgersi che così si va a costruire delle supercorporazioni che, è nella logica del potere, in breve tradiranno tutti i compiti che vengono loro assegnati.

Una riforma su queste basi, oltre che sicuramente fallimentare, rappresenta anche una grande occasione persa per aumentare il tasso di libertà del paese e assieme assicurare la sua crescita economica e la sicurezza delle prestazioni professionali.

Eppure ci sarebbe un sistema assai semplice per raggiungere gli obiettivi.

Il sistema ha bisogno di maggiore sicurezza della deontologia del professionista che esercita una professione per la quale la legge prevede un ordine professionale? Bene, mettiamo l’ordine professionale nelle condizioni di esercitare veramente questa funzione, che è quella per cui fu pensato, con efficienza e imparzialità.

Il sistema ha bisogno di maggior sicurezza della capacità del professionista? Bene, confermiamo agli ordini il compito della tenuta degli albi, che certificano il possesso delle condizioni di base per l’accesso alle professioni per la quale la legge prevede un ordine, e lasciamo alle associazioni, che da anni fanno già questo lavoro, che per la loro natura di soggetti privati che operano nel libero mercato hanno più di ogni altro la possibilità di operare con efficienza e di adeguarsi rapidamente alle necessità, il compito di fornire la conoscenza specialistica, di verificare il mantenimento del possesso delle conoscenze, sia per le professioni oggetto di riserve di legge sia per quelle nuove, prevedendo assieme un sistema efficiente di controllo delle potenzialità e dei comportamenti di queste associazioni.

Il sistema ha bisogno di forme organizzative più adeguate ai tempi. Bene, liberalizziamo le forme organizzative, con il solo vincolo per quelle due o tre professioni per cui la totale liberalizzazione può costituire un vulnus all’interesse del cittadino.

È così semplice da sembrare banale.

lupoi@studiosperi.it