“Commenti&Analisi” La riforma delle professioni nasce già vecchia – di C.Antonelli

26/03/2003

ItaliaOggi (Giustizia e Società)
Numero
072, pag. 29 del 26/3/2003

Claudio Antonelli

presidente Apco

Ripropone il modello tradizionale.
La riforma delle professioni nasce già vecchia

Nelle dichiarazioni alla stampa, il sottosegretario alla giustizia Michele Vietti sostiene di avere ottenuto un ampio consenso sulla sua proposta da parte dei mondi professionali.

Desideriamo smorzare questa illusione. Infatti siamo ampiamente insoddisfatti dell’ipotesi di legge che sta configurandosi. Il dibattito sugli articoli di dettaglio e le mediazioni sulle modalità applicative non devono sviare l’attenzione dai problemi di impostazione concettuale dell’intera riforma.

Piuttosto che una legge incongruente, e alla fin fine peggiorativa, preferiamo restare nella legge dell’economia reale, che ci conosce e ci riconosce, ci apprezza e ci paga, perché apportiamo valore.

Attribuiamo ai politici di professione tutta la responsabilità di non saper formulare una proposta legale che rispecchi l’economia reale. Volendo conservare le riserve protezionistiche, elegantemente chiamate aree riservate di attività, la proposta resta ingabbiata in uno schema concettuale sterile.

Il punto di partenza del testo della riforma è la definizione di professione e la suddivisione delle professioni in due categorie. Le professioni regolamentate sarebbero quelle di interesse generale meritevoli di specifica tutela; le professioni riconosciute sarebbero quelle di rilevanza economica e sociale. La tragica trappola consiste nel fatto che la definizione delle due classi è determinata da due principi non esclusivi fra di loro e inoltre privi di criteri di soglia d’appartenenza.

Primo problema. Vengono proposte due classi distinte e invece logicamente non lo sono; infatti non c’è una discriminante rigorosa per l’attribuzione esclusiva a una delle due classi.

Esistono nuove professioni che sarebbero considerate tra le riconosciute e che possono avere in realtà un impatto generale molto maggiore di professioni classiche che vengono considerate senza dubbio fra le regolamentate.

Secondo problema. Per ciascuna delle due categorie non è dato criterio oggettivo per determinare l’appartenenza.

Come si determina la soglia dell’interesse generale? Come si individua il meritevole di specifica tutela?

Come si misura la soglia di rilevanza economica e sociale? Fatturato? Numerosità? Contributo al pil?

I concetti di interesse generale e di rilevanza economica e sociale sono concetti di buon senso, ma il criterio oggettivo non è dato e resta arbitrario; quindi ricadiamo in una sfera di interpretazione della legge, dove evidentemente prevarrà la tesi del più forte, non necessariamente il giusto.

La proposta Vietti si basa su una concezione di professione intellettuale totalmente avulsa dalla moderna visione dell’economia della conoscenza, di cui le professioni sono il fondamento. Questa impostazione riflette la concezione tradizionale delle professioni ormai superata nei fatti dall’economia reale; e propone il nuovo solo come una variante dell’esistente, all’interno di un impianto concettuale obsoleto. Questo modo di ragionare non può che generare una contraddizione sostanziale con le nuove professioni e determinare molte difficoltà operative quando si cerca di regolamentare la quadratura del cerchio.

Dove è andato a finire l’ambizioso proposito di ripensare complessivamente il sistema delle professioni? Sapevamo che per alcuni era solo l’argomento per ingrandire il problema per renderlo irrisolubile. Adesso pensiamo che i gattopardi stanno riuscendo nel loro intento. I politici di buona volontà sono solo vittime, persi nel labirinto giuridico. Di fatto, l’impostazione proposta nel testo di Vietti sottende la riproposizione del modello tradizionale, senza dichiararlo, con l’adozione di un principio residuale per tutto ciò che è nuovo. Cioè: le professioni regolamentate sono quelle tradizionali, le riconosciute sono le nuove. Tutte le altre espressioni pseudodefinitorie sono solo parole che danno una vernice gradevole e soddisfacente al palato. La sostanza è quella già detta: salviamo la zona protetta esistente e creiamo un recinto per inquadrare il nuovo senza toccare il vecchio.

Riteniamo che per poter modernizzare il sistema professionale italiano occorra ripensare il problema dalle radici usando modelli concettuali nuovi, moderni, aderenti all’economia reale delle professioni intellettuali.

Claudio Antonelli
presidente Apco