“Commenti&Analisi” La riforma a doppio binario (M.Ferrera)

09/12/2003






sabato 6 dicembre 2003

IL COMMENTO

Lavoro e ammortizzatori
La riforma a doppio binario

di MAURIZIO FERRERA

      Mentre governo e sindacati litigano su come cambiare le pensioni, il Senato sta per riprendere l’esame di un provvedimento altrettanto importante: la riforma degli ammortizzatori sociali, ossia le indennità che si ricevono quando viene a mancare la retribuzione. Le prestazioni di disoccupazione italiane sono molto lontane dagli standard europei. Un loro ammodernamento renderebbe più equo il nostro Stato sociale e più efficiente il mercato del lavoro. Negli altri Paesi chi perde il lavoro ha diritto a un’indennità fino a dodici mesi o anche più. In Italia, invece, l’indennità scade dopo sei mesi: solo i fortunati ottengono la Cassa integrazione, che dura di più ma è concessa in base a valutazioni politico-sindacali. Quanto prende un disoccupato all’estero? In alcuni Paesi l’importo è a somma fissa, in altri è proporzionale alla retribuzione. In Gran Bretagna un disoccupato con moglie a carico percepisce circa 550 euro al mese; dopo i primi sei mesi, il sussidio continua se in famiglia non vi sono altri redditi. In Germania l’indennità di disoccupazione è pari al 60%-70% del salario e dura fino a due anni e mezzo (il governo Schröder ha di recente introdotto qualche restrizione). Nel nostro Paese l’indennità di disoccupazione è pari al 40% dell’ultima retribuzione (per sei mesi, lo ripetiamo): una cifra che si commenta da sola. La Cassa integrazione è molto più generosa (80%), ma protegge solo alcune categorie e necessita dell’autorizzazione ministeriale.
      Le anomalie italiane non finiscono qui. In Europa le prestazioni spettano di norma anche ai cosiddetti lavoratori «atipici». Il Paese più generoso è la Svezia: qui bastano tre mesi di un qualsiasi lavoro retribuito per aver diritto – in caso di disoccupazione involontaria – a 34 euro al giorno. Anche l’Olanda protegge bene i lavori «nuovi». Questo Paese ha creato uno dei mercati occupazionali più flessibili d’Europa, ma ha anche introdotto nuovi diritti: è l’approccio della «flex security», ossia flessibilità combinata a una robusta sicurezza sociale di base. In Italia, invece, si è introdotta molta flessibilità, ma ci si è dimenticati della sicurezza. Il folto esercito di parasubordinati non ha praticamente accesso alle prestazioni di disoccupazione. In caso di bisogno, deve appoggiarsi alla famiglia: anche per questo i giovani italiani si preoccupano così tanto delle pensioni di genitori e nonni e tendono a osteggiarne il cambiamento.
      La riforma degli ammortizzatori è in discussione dal 1997. Il Patto per l’Italia siglato nel 2002 da governo, Cisl e Uil ha promesso un nuovo sistema: indennità più generose (60% per i primi sei mesi, poi 40% e 30%) e di durata più lunga (fino a dodici mesi). Come in tutta Europa, il nuovo sistema dovrebbe subordinare sussidi più generosi a controlli più stringenti sullo stato di disoccupazione e a iniziative concrete da parte dei beneficiari per reinserirsi nel mercato del lavoro. Il progetto del Patto è confluito nel disegno di legge delega (848 bis), ora all’esame del Senato. Possiamo sperare in una svolta? Purtroppo c’è da dubitarne. La delega è troppo generica. La Finanziaria per il 2004 non stanzia risorse sufficienti per finanziare il nuovo sistema. Inoltre, il disegno di legge include anche la riforma del famigerato articolo 18 sui licenziamenti: un boccone indigesto per i sindacati, ora che hanno ritrovato l’unità sul fronte previdenziale. Cisl e Uil chiedono al governo di stralciare dal testo di legge la parte sugli ammortizzatori e di procedere subito. Il governo non è d’accordo e preferirebbe chiudere prima la partita sulle pensioni. Insomma, nella migliore delle ipotesi si profila uno stallo, nella peggiore un nuovo scontro. Non varare in tempi brevi questa riforma sarebbe però un grave errore. Con la Legge Biagi, il governo ha imboccato un percorso di accentuata liberalizzazione del nostro mercato del lavoro. La riforma degli ammortizzatori è il secondo, indispensabile binario di questo percorso. Senza nuove tutele, non aumenta solo la precarietà, ma anche l’iniquità fra chi può accedere ai vecchi ammortizzatori e chi, invece, è interamente abbandonato a se stesso.


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