“Commenti&Analisi” La resurrezione mascherata di Bretton Woods (G.Pennisi)

26/09/2003

ItaliaOggi (il punto)
Numero
228, pag. 1 del 26/9/2003

di Giuseppe Pennisi

La resurrezione mascherata di Bretton Woods

Spesso, solo con il cannocchiale si capiscono meglio i problemi di casa propria. Più o meno negli stessi giorni a cavallo tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, arrivano, nei rispettivi parlamenti, le Finanziarie di Francia, Germania, Italia e Spagna. Tutti paesi i cui governi, due o un anno fa, avevano affermato che quella (allora) in preparazione sarebbe stata l’ultima Finanziaria, nel senso di ultima manovra di finanza pubblica articolata su dolorosi tagli alle spese e penosa ricerca di nuove entrate (anche facendo ricorso a strumenti che nessuno gradisce). Solo la Spagna può dire di stare completando una Finanziaria senza sofferenze eccessive. La Francia ha preso un’altra strada; colloquialmente parlando, ha dichiarato che di Bruxelles se ne impipa e va per il percorso suo. La Germania ha tentato, alla vigilia della Finanziaria, di mettere in atto una riforma della previdenza (molto più modesta di quella varata in Italia nel 1995 e delle misure di aggiustamento in cantiere in questi giorni): la Cancelleria da qualche giorno si lecca le ferite inferte dai risultati elettorali in Baviera. E l’Italia? Avrebbe dovuto essere una passeggiata serena, dopo l’ultima Finanziaria (quella dell’anno scorso); invece il sentiero è stato contrassegnato da liti a volte anche feroci fra tutti, sia dentro la maggioranza sia nell’opposizione. Se nessuno è contento, si è anche argomentato, vuol dire che la ricetta è buona perché non contiene privilegi e distribuisce equamente dolori e pene.

Guardando con il cannocchiale le finanziarie dei quattro maggiori paesi di un’area dell’euro che ansima (un tasso di crescita dello 0,5% quest’anno e uno previsto all’1,7% per il prossimo), occorre non ripetere ancora una volta i dubbi e gli interrogativi sull’interpretazione correntemente data al patto di crescita e di stabilità, ma anche chiedersi se le politiche economiche hanno tenuto conto di quanto sta avvenendo nell’economia internazionale e delle implicazioni sugli andamenti reali e sulla finanza pubblica.

Da alcuni anni, più o meno dalla crisi asiatica del 1996-97, è in atto una resurrezione surrettizia o mascherata di quello che possiamo chiamare il sistema di Bretton Woods. Nell’area più vasta, più popolata e più dinamica del mondo (anche in quanto alcune sue regioni paiono specialmente propense ad acquisire e utilizzare le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione) è emerso più o meno informalmente un sistema di tassi di cambio fissi e agganciati al dollaro Usa. Ciò ha posto ancora una volta gli Stati Uniti come paese centrale del sistema monetario mondiale (la n-1 country dei manuali degli anni 60), esattamente come avveniva nel regime di Bretton Woods. Ciò comporta pure tassi di cambio sottovalutati, controlli ai movimenti di capitale e accumulazione di riserve nel paese centrale del sistema (altra analogia con i tempi di Bretton Woods). In tal modo si facilita la crescita economica dei paesi della periferia, proprio come avvenne, all’epoca di Bretton Woods, per i paesi in ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale. Altro parallelo: la liberalizzazione finanziaria comporta tassi fluttuanti tra i paesi al centro, quello che sta succedendo tra euro e dollaro, anche se, comunque, a ragione della Bretton Woods implicita nel bacino del Pacifico, la moneta unica europee pare destinata a restare il parente povero. Oltreatlantico, specialmente nell’Ovest americano, c’è una crescente consapevolezza di questo quadro. Pure alcuni economisti europei lo stanno metabolizzando. Indicativo un saggio a sei mani, appena pubblicato dal National bureau of economic research Usa, di cui uno degli autori è David Folkerts-Landau (Deutsche bank); gli altri due sono Michael P. Doodley (università di California a Santa Cruz) e Peter M. Garber (Brown university).

Se questo è il contesto, dobbiamo aspettarci accresciuta concorrenza sui mercati mondiali e anche a casa nostra da parte non solo di questo o quel paese ma della Bretton Woods del Pacifico come risultato di una politica specifica (anche se implicita) che ha il consenso di due terzi dell’umanità. Dobbiamo anche aspettarci concorrenza sempre più marcata nell’high-tech, non solo nelle linee tradizionali di produzione. Dobbiamo, infine, aspettarci un aumento accelerato dei consumi loro che potrebbe essere accompagnato da un contenimento di quelli nostri.

Che ci azzecca, dipietramente parlando, tutto ciò con le finanziarie? Per dirlo in estrema sintesi, se l’Europa non vuole essere un gigante sonnolento e un po’ zoppo in un mondo in cui la Bretton Woods surrettizia e mascherata consente a due terzi dell’umanità di correre, governi e parlamenti dovrebbero guardare più a Lisbona che a Maastricht. A Lisbona, tre anni e mezzo fa, i capi di stato e di governo dell’Unione europea (Ue) definirono un programma di riassetto strutturale basato sulla liberalizzazione dell’economia e sulla trasformazione tecnologica, ma rimasto, in gran misura, lettera morta. A Maastricht, con più di un pizzico revanscista anti-Bretton Woods, si definirono i criteri per far nascere l’euro in un’area di stabilità economica; criteri, poi, rafforzati con il patto di crescita e stabilità; anche il riassetto strutturale è stato visto più nell’ottica della stabilità che in quella della crescita.