“Commenti&Analisi” La reaganomics all´italiana (M.Riva)

06/07/2004




MARTEDÌ 6 LUGLIO 2004

Pagina 17 – Commenti

La reaganomics all´italiana
un bluff nel marasma politico
Per ridurre le tasse bisogna ridurre servizi, agevolazioni e investimenti.
Cosa accadrà in una coalizione divisa quando bisognerà decidere?
Nessuno in Europa è tanto sprovveduto da dare via libera alle ricette americane degli anni ´80 per il paese con il maggior debito pubblico del vecchio continente

MASSIMO RIVA

Nessuno, se non uno sprovveduto, può pensare di tagliare le tasse senza una parallela riduzione delle spese. Con questa chiosa impegnativa Silvio Berlusconi ha riconfermato la sua annosa promessa di una sforbiciata fiscale.

L´affermazione è importante perché il presidente del Consiglio non l´ha fatta nello scenario di cartapesta di qualche «talk show» dinanzi ad un notaio posticcio e compiacente. No, stavolta, le sue parole sono state pronunciate durante l´incontro con i ministri finanziari dell´Unione europea: dunque, in una sede particolarmente solenne e vincolante. Così facendo, Berlusconi ha alzato la posta della sua scommessa fiscale. Mancando all´impegno, infatti, perderebbe la faccia non solo dinanzi agli italiani, ma all´Europa intera.

Il problema, a questo punto, è capire come egli intenda tener fede alla promessa di una speculare manovra in discesa tanto delle entrate quanto delle uscite. Finora il Cavaliere se l´era cavata in proposito riparando dietro il controverso teorema secondo cui quando lo Stato preleva meno soldi dalle tasche dei contribuenti, questi ultimi aumentano i loro acquisti ingenerando una ripresa dell´economia che riporta il gettito globale per l´Erario al punto di partenza o, addirittura, al di sopra.

Come sperimentato – si diceva – nella supposta età dell´oro della prima presidenza Reagan.


Poiché in Europa si è letto anche il secondo capitolo della «reaganomics» (quello nel quale il taglio delle tasse aveva creato un disavanzo pubblico così elevato da obbligare di nuovo all´aumento delle imposte) nessuno si è rivelato tanto sprovveduto – come direbbe Berlusconi – da dare semaforo verde ad esperimenti reaganiani in Italia, paese che già fa pesare sull´euro il maggiore debito pubblico del continente. Qualcuno, quindi, a Bruxelles ha spiegato al Cavaliere che, se vuole, può pure tagliare le tasse, ma solo a patto di ridurre in conseguenza le spese. Condizione che – a quanto pare – il presidente del Consiglio mostra ora di aver accettato, forse con qualche eccesso di disinvoltura.


I tagli delle tasse, infatti, hanno un non piccolo inconveniente tecnico.


Se si decide, per esempio, di ridurre le aliquote del prelievo Irpef dal 1 gennaio 2005, ciò comporta che da subito l´Erario comincia a incassare meno soldi per via dei minori prelievi su salari e stipendi. Perciò, al fine di non far saltare i conti dello Stato, occorre che la riduzione delle spese viaggi in perfetto orario con quella delle imposte. In altre parole, è necessario che il bilancio 2005 sia costruito preventivando uscite inferiori di almeno una decina di miliardi (questa sembra al momento la dose minima del contratto fiscale berlusconiano) rispetto alla legislazione vigente. Vale a dire che ai cittadini dovranno essere tolti in servizi, agevolazioni e investimenti tanti quattrini quanti saranno lasciati nelle loro tasche.


E qui si arriva al punto dolente: quali servizi, quali agevolazioni, quali investimenti? L´interrogativo suona particolarmente inquietante perché ricade su un presidente del Consiglio e su una maggioranza di governo che vivono in pieno marasma politico e tecnico la scadenza della manovra da circa sette miliardi cui sono obbligati e non per ridurre le tasse, ma per evitare lo sfascio nei conti del 2004. Gianfranco Fini e Marco Follini hanno già fatto saltare la prima stesura del provvedimento (nonché la testa del ministro Tremonti) dichiarando inaccettabili tagli concentrati sul Mezzogiorno. Dal versante opposto, i leghisti insistono nel fare muro a difesa della spesa delle regioni settentrionali. Il risultato per ora è quello di un fragilissimo compromesso a fare le spese del quale saranno soprattutto investimenti in opere pubbliche (alla faccia delle promesse di farne il volano della ripresa) e presunti tagli ai costi di funzionamento dei ministeri, dietro i quali si ha ragione di temere che si nasconda l´ennesimo inganno contabile.


Figuriamoci, dunque, che cosa potrà accadere quando per finanziare il taglio delle tasse si dovrà provvedere ad operare sulla carne viva degli interessi consolidati di cui i partiti di governo si ritengono rappresentanti.


La spesa per il Mezzogiorno non si tocca perché altrimenti An e Udc sbattono la porta. Quella del Nord è presidiata dalla Lega. Tremonti ha provato a mettere in discussione le agevolazioni alle imprese e s´è visto com´è finita.


Certo, si potrebbe riaprire il capitolo pensioni. Ma per far cassa si dovrebbe colpire coloro che già le ricevono non chi ci andrà: ipotesi impraticabile.


Ovvero ancora si potrebbe operare sulla sanità, ma s´è appena visto cosa succede nella maggioranza alla sola idea di appesantire i ticket. Ci sarebbe il bilancio dell´istruzione, ma per ora la signora Moratti prevede più e non meno spese.


Insomma, da qualunque parte lo si prenda, il finanziamento del taglio delle tasse pone e porrà Berlusconi in conflitto frontale con uno o più gruppi della sua maggioranza. Dentro la quale, fra l´altro, si ostentano idee diverse o addirittura opposte a quelle del Cavaliere su modi e termini della stessa sforbiciata fiscale. Come presidente del Consiglio e ministro dell´Economia Berlusconi vive giornate faticose, intense, convulse: viene il dubbio che abbia parlato a Bruxelles credendo di essere a Porta a Porta.