“Commenti&Analisi” La questione curda e le colpe dell´Occidente – di T.Garton Ash

28/03/2003
             
            VENERDÌ, 28 MARZO 2003
             
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            La questione curda e le colpe dell´Occidente
             
             
             
             
            TIMOTHY GARTON ASH

            Ecco un indovinello dal nucleo esplosivo: C´è un popolo fiero, prevalentemente islamico, da tempo oppresso da un altro gruppo etnico alla guida d´uno Stato repressivo. I suoi figli sono stati torturati, cannoneggiati, bombardati, strappati alle loro case. Alcune azioni di questo stato oppressivo si configurano come tentato genocidio. Stirpe battagliera, con una lunga tradizione di banditismo tra le montagne, gli oppressi hanno reagito con sollevazioni armate e guerriglia. Alcuni dei mezzi usati potrebbero connotarsi come terrorismo. Chi è questa gente e quale il nostro agire in merito?
            Risposta n.1: Sono gli albanesi in Kosovo. Noi interveniamo militarmente contro il loro oppressore. Le forze speciali americane operano dapprima in segreto e quindi apertamente con l´esercito per la liberazione del Kosovo. Assicuriamo loro effettiva indipendenza dalla Serbia sotto un protettorato internazionale. Risultato, un giorno costituiranno un piccolo Stato chiamato Kosova (la denominazione in lingua albanese) o andranno a far parte d´una più estesa Albania.
            Risposta n. 2: Sono i curdi in Turchia. Noi ci affliggiamo, sventoliamo i nostri dollari o euro e diciamo alla Turchia che essendo membro della Nato e assai desiderosa di entrare nell´Unione europea, dovrebbe, per cortesia e gentilezza, in nome di Dio, Allah e della Banca mondiale, trattare la sua numerosa minoranza curda un pochino meglio. Non è forse vero che la Turchia ritiene di far parte dell´Europa?
            Risposta numero 3: Sono i curdi in Iraq. Noi interveniamo militarmente contro il loro oppressore. Le forze speciali americane operano dapprima in segreto e oggi apertamente con gli eserciti di liberazione curdi che nell´ultimo decennio si sono raggruppati sotto la protezione aerea dei caccia britannici e americani di pattuglia alla zona di non sorvolo. Poiché la Turchia non ha consentito alle truppe Usa d´attraversare il proprio territorio per aprire un fronte settentrionale contro Saddam nel Kurdistan iracheno, la coalizione angloamericana potrebbe dover fare più pesante affidamento su queste forze curde. Ma la Turchia ha ventilato la minaccia d´inviare proprie forze speciali nel Kurdistan iracheno. La motivazione: apparentemente per difendersi da un potenziale flusso di profughi, fondamentalmente perché la minoranza curda in patria si tolga dalla mente l´idea poter seguire l´esempio dei fratelli e delle sorelle oltreconfine.
            Tutte e tre le risposte sono esatte.
            E allora che fare per i curdi? Bush e Blair a Camp David, l´Europa divisa dell´Ue, l´Onu, "l´Occidente" (ammesso che esita ancora), avranno tutti a pretendere che la risposta c´è. Chiunque legga questo articolo potrebbe tranquillamente riassumerne il dettato: "diritti delle minoranze", "autonomia interna ma integrità territoriale dell´Iraq", "strutture federali" e così via. Ma lasciate che vi sussurri all´orecchio questa verità. Siamo confusi e combattuti ogni volta che affrontiamo il tema dell´autodeterminazione.

            La questione curda solleva un dilemma fondamentale per l´imperialismo liberale anglo-sassone in cui tanto stranamente siamo tornati a imbarcarci all´inizio del XXI secolo. Quando Londra e Washington giustificavano la guerra in Iraq con la tesi semplificata dell´"intervento umanitario", non facevano che citare il massacro dei curdi con i gas ad Halabja, e l´eccidio d´un numero di curdi stimato in 100.000 unità per mano degli uomini di Saddam. Benché paragoni di questo tipo risultino sempre odiosi, i curdi hanno sofferto pene ancor più terribili dei kosovari. La giustificazione morale è forte anche per altre due ragioni. L´amministrazione Bush (padre) incoraggiò i curdi a sollevarsi contro Saddam nel ’91 e poi consentì al dittatore di massacrarli con gli elicotteri armati che Washington gli aveva concesso di mantenere. La Gran Bretagna ha le sue specifiche responsabilità, dal momento che siamo stati proprio noi inglesi i primi a bombardare i curdi, quando si ribellarono contro l´Iraq da noi creato dopo la Prima guerra mondiale.
            Guardando in tv i servizi dal Kurdistan iracheno, non ho potuto far a meno di pensare al Kosovo – duri, rozzi montanari, strade polverose, minareti, contadine col velo musulmano in capo, una società rurale ancora fortemente legata alle tradizioni, famiglie estese e capi clan. I curdi non sono così diversi dai kosovari, non così distanti. Chi oserebbe sostenere che meritano un trattamento diverso perché un gruppo si trova in Europa e l´altro no? In entrambi i casi stiamo ancora alle prese, a distanza di quasi un secolo, con l´eredità dell´impero ottomano.
            Anche le riserve morali mi ricordano il Kosovo: tra i nostri "combattenti della libertà" dell´ultima ora ci sono banditi senza scrupoli, con forti legami col crimine organizzato e non estranei all´uso del terrore. Alleati scomodi in una "guerra contro il terrorismo". Le riserve politiche mi sono anch´esse familiari: dato che questa gente vive in diversi Stati limitrofi, concedere loro autonomia in un paese significherebbe destabilizzarne un altro. Il sostegno occidentale all´esercito di liberazione del Kosovo diede forte impulso alla ribellione albanese in Macedonia. Risultato, siamo ancora là, a tutela d´una fragile pace.

            I timori della Turchia non sono infondati. Con una popolazione stimata tra i 20 e i 25 milioni – e divisa anche con Iran, Siria e Armenia – si dice che costituiscano la più grande nazione apolide della terra.
            Se pensate che la riflessione sul destino delle nazioni apolidi suoni accademica mentre la battaglia infuria ancora intorno a Bagdad, vi invito a rivedere la vostra opinione. La questione curda rappresenta una bomba inesplosa, la più potente di tutto l´Iraq. E il futuro dei curdi s´andrà a determinare nel furore delle armi nei prossimi giorni e settimane. Se le forze curde contribuiranno consistentemente alla vittoria americana sul fronte settentrionale, mentre la Turchia, tradizionale alleato dell´America, rifiuta di collaborare anzi, frappone ostacoli con incursioni oltre confine, l´ago della bilancia dell´opinione pubblica americana si sposterà a loro favore. Come accadde in Kosovo. Comunque per un curioso scherzo degli affari internazionali i curdi del nord dell´Iraq godono già da un decennio di un´ampia autonomia de facto nella zona di non sorvolo. È difficile immaginare d´abbandonarli oggi al loro destino.
            Gli esperti stanno così già tracciando gli schemi d´una "federazione", che preveda l´autonomia del Kurdistan iracheno e diritti individuali per i curdi sparsi per l´Iraq. Con o senza i pozzi del Kirkuk? Come si possono garantire diritti individuali ai curdi in altre parti d´un paese caotico, frammentato, occupato? O agli arabi iracheni in Kurdistan? (Non scordate che ai soldati britannici è toccato far da guardia del corpo a singole nonnette serbe in Kosovo). Se questi delicati accordi costituzionali non riescono a prevenire i conflitti interetnici in paesi europei avanzati come la Spagna (ove la Catalogna sta premendo per un´estensione della propria autonomia che s´avvicina molto all´indipendenza) che possibilità di successo potranno mai avere qui? Che significato avrebbe per l´autodeterminazione democratica di tutto l´Iraq se questo frammento di devolution radicale fosse immediatamente imposto dal potere occupante? E se la maggioranza degli elettori iracheni non accettasse ciò che la maggioranza dei curdi iracheni, per ovvie ragioni, desidera?
            Guardiamo in faccia la realtà: una volta finita la guerra ci ritroveremo nella situazione del 1918, a confrontarci con molti degli stessi problemi, negli stessi luoghi in cui li affrontarono i nostri nonni, dai Balcani al Medio Oriente. E continuiamo a non aver risposte. A volte penso che dovremmo reinventare l´impero ottomano.


            Traduzione di Emilia Benghi