“Commenti&Analisi” La previdenza non è un contratto d’assicurazione (B.Della Vedova)

03/10/2003



      Venerdí 03 Ottobre 2003

      Analisi
      Ma la previdenza non è un contratto d’assicurazione


      di BENEDETTO DELLA VEDOVA *

      Polemizzando con il ministro Maroni sulla proposta di riforma delle pensioni avanzata dal Governo, il leader della Cisl Savino Pezzotta ha sostenuto: voi cambiate le carte in tavola all’improvviso, è come se i lavoratori avessero stipulato un contratto con un’assicurazione che a un certo punto viene stracciato dalla compagnia; cosa si fa in questo caso? Si va in tribunale. Noi andiamo in piazza. Quella del "contratto previdenziale" che con la riforma viene stracciato, per quanto efficace, è una falsa argomentazione. Pezzotta avrebbe ragione, e il suo sciopero generale sarebbe giustificato, se il sistema previdenziale italiano fosse un sistema a capitalizzazione di quelli propugnati da Jose Pinera, dove la corrispondenza tra risparmio e rendita previdenziale è diretta e avviene sulla base di un calcolo in tutto simile a quello dei fondi assicurativi (anche se con accorgimenti che, limando le rendite, mirano a ridurre i rischi). Nei sistema a ripartizione come quello italiano, invece, la discrezionalità politica fa premio su tutto: è la mediazione tra gli interessi in sede legislativa, non il calcolo attuariale, a determinare oneri e benefici previdenziali. Secondo i dati forniti dalla Commissione Brambilla risulta evidente come il montante contributivo, nella media, copra attualmente un numero di annualità pensionistiche ben inferiori alla aspettativa di vita al momento della pensione. Considerando un periodo di "assicurazione" tra il 1970 e il 2005, i dati forniti dalla Commissione Brambilla mostrano che il montante contributivo coprirebbe circa 17 anni di pensione per un lavoratore dipendente che andasse in pensione a 58 anni, con una aspettativa di vita di altri 25. Per i dipendenti pubblici il divario cresce e arriva addirittura a 6 anni contro 25 per commercianti e artigiani. La riforma Dini del 1995 ha simulato, per certi aspetti, un sistema a capitalizzazione, ma non ha tolto all’intermediazione politica tanto la possibilità di intervenire sugli algoritmi di calcolo per trasformare i contributi in pensione quanto quella, ben più radicale, di riconsiderare i requisiti di anzianità anagrafica e contributiva. Nessun tribunale, nemmeno la Corte Costituzionale, potrà impedire al Parlamento di modificare la legge attuale con una nuova. In passato, quello scellerato delle vacche grasse consociative, gli interventi legislativi portarono a trattamenti ben più generosi di quelli precedentemente previsti e così nacquero, ad esempio, le pensioni baby. Naturalmente nessuno protestò. Nella sua intervista sul «Sole-24 Ore» del 1 ottobre, Savino Pezzotta – per altro il leader più disponibile al confronto -, attacca però il Governo più per aver rinunciato alla concertazione che non per i contenuti della riforma (che pure contiene alcune gravi incongruenze quali la scelta di non intervenire fino al 2008 salvando di fatto le pensioni di anzianità: i maxi incentivi sono un escamotage di dubbia efficacia e razionalità). La tesi di Pezzotta è pericolosa proprio perché non siamo di fronte a "contratti assicurativi" in cui vi sia una parte lesa di cui tutelare i diritti, ma ad una scelta legislativa la cui unica responsabilità spetta al Parlamento, seppure su iniziativa del Governo. Il sindacato, accampando la necessità di riconoscere la "articolazione della società italiana", rivendica un ruolo nel processo legislativo che sarebbe contrario ai principi e alle regole della democrazia liberale. Del resto, anche in questo caso, non si può certo dire che siano mancate le consultazioni e i "tavoli di confronto" sulla questione previdenziale: il sindacato si è mostrato indisponibile a qualunque soluzione incisiva, con una difesa tetragona dello status quo. Infine il conflitto generazionale: finalmente si comincia ad affrontare la questione a viso aperto. Il sindacato sostiene che la riforma lo aggraverebbe e che, quindi, lo sciopero servirà a difendere anche i più giovani. Apprezzabile sforzo di generosità da parte di chi, in ragione del proprio ufficio, rappresenta una quota minima di ventenni (i dati del tesseramento Cisl per il 2002 riportano 2.110.00 pensionati e 50mila giovani/disoccupati). Ma la verità è un’altra: la riforma delineata dal Governo non sarà la soluzione definitiva, ma ha il pregio di invertire la tendenza del sistema attuale, dove gli oneri di una riforma i cui effetti strutturali sono stati irresponsabilmente procrastinati, cadono pressoché interamente sulle spalle dei più giovani. Per i quali, allo stato, si prepara un futuro di pensionati poveri; con l’unica opportunità di ricorrere alla previdenza integrativa (al prezzo di oneri aggiuntivi che non si capisce bene come potranno essere sostenuti) per avere meno di quanto, oggi, si ottenga con la sola previdenza obbligatoria. Come ben sanno gli assicuratori, i numeri non mentono e non si prestano ad essere manipolati, neppure dalla buona volontà, se davvero ci fosse.

      *deputato radicale al parlamento europeo (b.dellavedova@agora.it)