“Commenti&Analisi La previdenza dimenticata (E.Fornero)

28/01/2005

    venerdì 28 gennaio 2005

    sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pag: 10

    SISTEMA INTEGRATIVO Ancora atteso il decreto che deve dare attuazione alla delega legislativa con la riforma In gioco un trasferimento annuo di Tfr per circa 15 miliardi
    La previdenza dimenticata

    di Elsa Fornero

      Lungi dall’essere una questione meramente tecnica, la costruzione di una (importante) componente integrativa nell’ambito del sistema previdenziale è invece un problema di grande rilevanza sociale ed economica.

      Sociale perché alla previdenza complementare è affidata una parte non piccola del riequilibrio nei rapporti tra le generazioni, con quelle giovani oberate dalle generose promesse del passato e beneficiarie, a loro volta, di diritti fortemente ridimensionati. Economica perché la previdenza a capitalizzazione, affidata all’accumulazione di risparmio e ai rendimenti dei mercati finanziari, risponde al criterio della diversificazione del rischio: in un’economia moderna e competitiva, la ricchezza pensionistica non può essere affidata soltanto alla ripartizione pubblica. Non è forse un caso (o almeno così dovremmo augurarci) che il reperimento dei fondi necessari per l’attuazione della delega sia inserito nel decreto sulla competitività: un sistema previdenziale efficiente, diversificato e flessibile entra infatti a pieno titolo tra quelle componenti della competitività di sistema delle quali si lamenta spesso la mancanza nel nostro Paese. Alla previdenza complementare, necessaria per migliorare le prospettive previdenziali delle giovani generazioni e opportuna per modernizzare il sistema economico, sono però finora mancate le fonti di finanziamento. Sin dalla riforma Amato del 1993 (che per prima regolamentò i fondi pensione), la fonte principale è stata individuata nel Tfr, una forma di risparmio apprezzata dalle famiglie per il buon mix di sicurezza, di liquidità e (in periodi di bassa inflazione) di rendimento e dalle imprese come fonte di finanziamento meno onerosa rispetto ai normali canali del credito.
      In altre parole, un sostituto, imperfetto e datato quanto si vuole, di funzioni finanziarie e creditizie che il sistema bancario dovrebbe essere in grado di svolgere meglio, anche se verosimilmente a costi maggiori.

      Dopo vari tentativi di "sbloccare" il Tfr (gli anni 90 hanno visto un’intensa quanto inefficace attività normativa in materia), la delega approvata nel luglio 2004 ne affida il trasferimento alla clausola del silenzio-assenso, con l’intento di superare l’inerzia, e forse anche la diffidenza, del lavoratori. Per vincere l’ostilità delle imprese, la delega stabilisce anche che queste siano compensate dei maggiori oneri causati dalla perdita dei flussi di Tfr (con tassi di interesse sul mercato finanziario alquanto bassi, tali oneri dovrebbero però oggi essere minimi).

      Fin qui tutto bene. Che cosa ostacola allora l’emanazione del decreto che, dando attuazione alla delega, dovrebbe finalmente porre le basi per lo sviluppo del mercato previdenziale anche nel nostro Paese? Come spesso accade, un importante fattore di freno sono gli interessi in gioco. La posta non è piccola e tutti vogliono la loro parte: il trasferimento annuo potrebbe infatti riguardare qualcosa come 15 miliardi di euro. Dove andranno questi soldi? La soluzione di libertà e concorrenza (scelga il lavoratore e porti i suoi soldi dove vuole, purché all’interno di strumenti finanziari avallati come "previdenziali" dall’autorità competente), che dovrebbe apparire come la più naturale, è frenata proprio da quell’inerzia dei lavoratori, che motiva il silenzio-assenso. Se il lavoratore non sceglie, chi decide per lui, e come?

      Le domande suggeriscono di separare due aspetti del problema, che sono apparsi indebitamente confusi nel dibattito delle ultime settimane: l’individuazione del decisore di ultima istanza e quella del fondo residuale. L’individuazione del decisore (ma non quella del fondo) è richiesta per i lavoratori silenti potenzialmente destinatari di una pluralità di forme pensionistiche: dal fondo di categoria a quello aziendale, dal fondo regionale a quello aperto. Se tali strumenti fossero effettivamente omogenei (ma se non lo fossero dovrebbero diventarlo), porli sullo stesso piano avrebbe più senso che non definire una gerarchia. Anziché assunta dal legislatore, che non potrebbe comunque coprire tutti i casi possibili, o attribuita al solo datore di lavoro, per i problemi di moral hazard che ciò implicherebbe, la scelta andrebbe quindi lasciata alle parti, le quali potrebbero tra l’altro impostare una campagna di informazione in modo da ridurre l’area di silenzio. In ogni caso, per questi lavoratori (che, come si vede dal grafico, sono la stragrande maggioranza), l’attivazione del fondo residuale presso l’Inps non trova giustificazioni, vista la pluralità di strumenti su cui già possono contare.

      Potenzialmente diverso è il caso di quei lavoratori (stimabili in circa 3 milioni) i quali, non disponendo di forme contrattuali o territoriali, possono soltanto rifarsi a forme individuali; per essi, il "silenzio-assenso" è di fatto impraticabile. In teoria, sarebbero qui necessari sia un decisore, sia un fondo residuale. In pratica, sembra più convincente un intervento del legislatore che induca le parti a raggiungere un accordo per l’adesione collettiva a una forma contrattuale già esistente, non importa se di categoria o aperta.

      La competitività, in definitiva, richiede concorrenza tra attori e scelte responsabili. L’una e le altre non si ottengono con un tratto di penna. Anziché impiegare tempo e risorse nel cercare di prevedere e "normare" tutte le possibili situazioni, com’è suo tradizionale difetto, il legislatore farebbe bene a impiegare tempo e risorse per informare in modo compiuto gli italiani sull’importante appuntamento che la previdenza integrativa rappresenterà per essi.