“Commenti&Analisi” La posta in gioco in Iraq – di D.de Villepin

28/03/2003
           
          VENERDÌ, 28 MARZO 2003
           
          Pagina 19 – Commenti
           
          Il diritto, la forza, la giustizia:
          la posta in gioco in Iraq
           
           
           
           
          DOMINIQUE DE VILLEPIN

          È un momento determinante della nostra storia. Un momento grave, in cui il Regno Unito è direttamente impegnato nelle operazioni militari in Iraq. E mi auguro che questo conflitto possa concludersi rapidamente e nel modo meno sanguinoso possibile. Ho infatti una convinzione: supereremo gli ostacoli attuali solo se sapremo misurare con lucidità a franchezza ciò che ci separa. Ho anche una certezza: abbiamo più che mai bisogno d´unità. Infine, ho una speranza: presentare una visione francese che vuol costruire e riannodare le fila del dialogo.
          La Francia e il Regno Unito, membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell´Onu, hanno responsabilità particolari che devono esercitare con le stesse finalità: la stabilità internazionale, la sicurezza e la pace. Ciò presuppone l´esigenza di definire insieme l´equilibrio necessario a ogni azione internazionale: il diritto, la forza e la giustizia.
          Con la fine dello scontro tra i due blocchi, abbiamo cambiato il mondo. Se il diritto è stato posto al centro delle preoccupazioni internazionali, il suo rapporto con la forza è profondamente modificato. Per quasi cinquant´anni l´ordine era assicurato dalla dissuasione nucleare: l´Occidente e il mondo comunista sapevano che il ricorso alla forza avrebbe comportato danni incalcolabili; la guerra avrebbe quindi significato il fallimento della dissuasione, e l´impossibile apocalisse. Ma con la fine della Guerra fredda, la forza è tornata a essere un´opzione. Ha potuto di nuovo esser presa in considerazione, perché non comportava più danni superiori ai guadagni che una potenza poteva mettere in conto. Se è stata impiegata in misura limitata, le ragioni sono due: l´affermazione dei valori occidentali non ha incontrato una forte opposizione; e gli Usa hanno saputo fare un uso moderato della loro forza.
          Da sempre solo la moderazione rende accettabile la potenza, come affermava Tucidide. Tuttavia, nessun ordine internazionale può riposare solo sulla buona volontà delle potenze. Perciò son state definite norme collettive volte a contenere l´uso della forza nei limiti della responsabilità collettiva. (…) Ma quest´equilibrio tra il diritto e la forza non ha fornito una soluzione a tutti i problemi di sicurezza. Non ha risposto al problema del disarmo dell´Iraq, se non attraverso una politica di sanzioni che ha colpito in primo luogo la popolazione. Non ha aperto prospettive di soluzione delle crisi regionali che minacciano la stabilità del pianeta, per prima quella del Medio Oriente, che rimane prigioniero d´una logica di violenza e di rappresaglie; ma anche le controversie di Cipro, del Sahara occidentale, del Kashmir. In tali regioni, le promesse del nuovo ordine mondiale si son scontrate con la complessità dei rapporti etnici e religiosi, il peso della storia, i dati della geografia…
          L´11 settembre 2001 ha posto fine al periodo di costruzione di un nuovo ordine mondiale. Il mondo è entrato nell´era del terrorismo di massa che ha aperto la strada a una vera rivoluzione della potenza: in un mondo in cui il debole può far vacillare il forte, in cui vi sono ideologie che calpestano i diritti più elementari, il ricorso alla forza non costituisce una risposta sufficiente. Quando il coltello s´allea alle nuove tecnologie, le regole classiche della potenza non valgon più. E ha rivelato la vulnerabilità degli Usa attizzando sentimenti di collera e d´ingiustizia, e ha portato questo paese a modificare la sua visione del mondo. L´America, colpita al cuore, ha rimesso a fuoco le sue priorità intorno ai propri interessi di sicurezza.
          (…) Nel corso degli ultimi mesi molti si son interrogati sulle motivazioni della Francia nella ricerca d´una soluzione della crisi. Non abbiam fatto le nostre scelte contro questo o quel paese, ma in nome d´una certa idea della responsabilità collettiva, e d´una visione del mondo. Si tratta di sapere secondo quali regole desideriamo vivere insieme: solo il consenso e il rispetto del diritto danno alla forza la necessaria legittimità. Se usciamo da questi limiti, l´uso della forza non rischia forse di divenire un fattore di destabilizzazione?
          (…) Noi non rifiutiamo l´uso della forza, ma vogliamo mettere in guardia contro i rischi del suo uso preventivo eretto a dottrina: quale esempio daremmo agli altri Stati del pianeta? Quale legittimità conferiremmo alla nostra azione? E quali limiti poniamo all´esercizio della potenza? Sottoscrivere questa dottrina comporterebbe il rischio d´introdurre un principio permanente d´instabilità e d´incertezza, il rischio di perdere il controllo delle situazioni e di lanciarci in una fuga in avanti. Non apriamo questo vaso di Pandora.
          Tale visione riposa su alcune esigenze. L´unità: a fronte della complessità del mondo, essa costituisce una necessità primaria. Riusciremo a sradicare il terrorismo solo rafforzando la nostra collaborazione, nell´ambito della polizia così come in quello giudiziario e dei servizi d´informazione. Potremo dare una risposta alla proliferazione solo se definiremo insieme un metodo efficace. Ciò che avevamo cominciato a fare in Iraq deve esser portato avanti. Non riusciremo a porre fine alle crisi regionali se non aprendo un dialogo costruttivo tra le parti. La responsabilità: tutti gli Stati sono responsabili del rafforzamento della sicurezza e della stabilità nel mondo. La forza non è il privilegio degli uni, come il diritto non è l´alibi degli altri. Il diritto c´impegna tutti. La legittimità: è la chiave dell´efficacia dell´azione internazionale. Se vogliamo definire risposte che siano all´altezza della posta in gioco nel mondo contemporaneo, e adottare le misure necessarie, compreso il ricorso alla forza, dobbiamo farlo in nome d´una decisione collettiva. Perciò dobbiamo ritrovare la via dell´unità europea, la riaffermazione della solidarietà transatlantica e ricostruire un ordine mondiale.
          (…) La scelta non è tra la forza da un lato e il diritto dall´altro. La forza dev´essere posta al servizio del diritto. Deve esser inquadrata dal diritto, per rovesciare i termini della frase di Pascal: "Non potendo render forte ciò che è giusto, s´è fatto in modo che fosse giusto ciò che è forte". Il primato del diritto non è un´ammissione di debolezza né un fattore d´impotenza. È un´esigenza morale e politica, è la condizione della giustizia, ma anche dell´efficacia. Solo la giustizia garantisce una sicurezza durevole.
          Per converso, se il sistema internazionale continua a esser percepito come ingiusto, se la forza sembra prevalere sistematicamente sul diritto, se non si tiene conto dell´opinione dei popoli, ne usciranno rafforzati i fattori di disordine: i programmi di proliferazione saranno accelerati, i giochi di potere proseguiranno e si svilupperà la manipolazione dell´ostilità ideologica contro le democrazie occidentali.
          Dunque bisogna andare fino in fondo nel disarmo dell´Iraq. L´obiettivo, che ha unificato la comunità internazionale, dovrà esser portato a buon fine dagli ispettori. L´Onu dovrà guidare tale processo; e soprattutto, dovranno esser al centro della ricostruzione e dell´amministrazione del paese. È da ciò che dipende la legittimità della nostra azione.
          (…) Tutte queste sfide comportano la necessità d´unificare più che mai i nostri sforzi per trovare soluzione politica alla crisi del Medio Oriente. Perché è la madre di tutte le crisi, e perché si nutre d´un profondo sentimento d´ingiustizia, non potremo costruire qui una pace durevole che non sia fondata sulla giustizia. Una giustizia che dovrà rispondere alle attese del popolo palestinese e garantire la sicurezza d´Israele. Una giustizia che sola conferirà la sua forza al diritto e alla pace. (…)

          l´autore è ministro degli Esteri francese e il testo è
          tratto dal discorso pronunciato alla conferenza annuale
          dell´Istituto internazionale di studi strategici di Londra
          traduzione di Elisabetta Horvat