“Commenti&Analisi” La paura del mercato – E.Berselli

17/03/2003




                Lunedí 17 Marzo 2003
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                La paura del mercato
                porta al supermercato
                Edmondo Berselli


                di Edmondo Berselli Si sono sentite vaste discussioni metodologiche sui criteri con cui l’Istat misura l’inflazione, e poi c’è stata l’analisi delle differenze tra l’inflazione percepita e l’inflazione reale, nonché il dibattito su quanto è costata ai cittadini l’introduzione dell’euro. Ma poi eccolo, il segnale inatteso, infilato fra le statistiche: gli italiani "tagliano" il negozio sotto casa, il dettagliante, la spesa come abitudine quotidiana. Sembra un indizio significativo: non tanto dell’impoverimento collettivo, quanto della paura di diventare più poveri.
                La visita al negozio di alimentari e di ortofrutta, alla bottega di mercerie, dal macellaio, nella quasi boutique di quartiere viene identificata come il sigillo quotidiano sul timore di perdere reddito. È una specie di guerra non dichiarata fra poveri (o comunque fra "non ricchi"), che mette in luce come l’inflazione, e anche il semplice timore dell’inflazione, siano un tiro alla fune tra le classi sociali. Se i prezzi sono aumentati – è il ragionamento di fondo – io devo difendermi. Non viviamo più nella bolla di illusione monetaria degli anni Settanta, quando l’ascesa del costo della vita veniva rincorsa dall’aumento dei redditi indicizzati. Non c’è più la scala mobile, così come non ci sono più i Bot con i tassi a due cifre; e d’altra parte la speranza di facili guadagni in Borsa si sono dileguate. Oggi la partita è secca. Se qualcuno guadagna, qualcun altro perde. La fuga nella grande distribuzione, nei supermercati, nei discount, negli outlet sconta la qualità del piccolo negozio sotto casa, la personalizzazione del servizio, l’affabilità dei gestori, la comodità degli acquisti. Ma questi sono tutti aspetti che hanno un valore quando le cose vanno bene, e il futuro sembra tranquillo. Non appena la psicologia collettiva incorpora l’idea che fra la recessione mondiale, i prezzi petroliferi e l’incubo di Saddam Hussein l’avvenire è troppo incerto per consentirsi le comodità, tanto vale passare alla guerra preventiva. Il first strike di questa azione bellica è favorito dal fatto che la grande distribuzione permette confronti preventivi sui prezzi. Nella mente del consumatore c’è da tempo la consapevolezza che i grandi numeri possono portare risparmi sulle merci acquistate. Ma devono essere all’opera anche meccanismi più sottili: la spesa settimanale consente infatti di ridurre sensibilmente il faccia a faccia con i prezzi. Tolto il dente, tolto il dolore, il che significa: pagato il conto, magari attraverso la mediazione astratta della carta di credito, non ci si pensa più fino alla settimana prossima. Che sia un calcolo a suo modo razionale è fuori dubbio; ma è altrettanto vero che è screziato di sentimenti non esattamente razionalizzabili come l’ansia e l’incertezza. Così, si trasferisce la sensazione di insicurezza dal quartiere, o dal centro delle città e delle comunità, dentro il mondo impersonale della grande macchina distributiva. Con qualche paradosso, se la paura del mercato porta al supermercato.