“Commenti&Analisi” La pace non rilancerà subito il ciclo economico – di G.Cossiga

08/04/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
083, pag. 4 del 8/4/2003
Giovanni Cossiga

Dopo la fine della guerra in Iraq.
La pace non rilancerà subito il ciclo economico

La coperta di Allah, la tempesta di sabbia che ha infuriato sull’Iraq, avvolgendo Baghdad in una nuvola di polvere calda e rendendo invisibili persone e cose, era prevedibile? Ha fermato le operazioni militari degli alleati, e quindi (la coperta di) Allah ha favorito il regime iracheno? Gli eventi meteorologici possono essere provvidenziali, ma in genere non sono né a favore né contro.

Allo stesso modo la disputa sulla guerra breve o lunga perde ogni significato, perché questa guerra è soprattutto un conflitto diverso. E tale dovrebbe essere. Questa guerra, diversamente dal passato, non può infierire sui combattenti in nome del dittatore iracheno e sulla popolazione civile allo stesso modo.

La tecnologia delle armi e delle comunicazioni consente l’opzione a salvaguardia della popolazione, anche se tale scelta comporta un prolungamento inevitabile delle operazioni belliche e un probabile aumento del contributo di sangue tra le forze alleate. Non solo, gli alleati debbono preoccuparsi anche di tutelare la popolazione civile.

A Bassora, nel sud dell’Iraq, la lunga processione di profughi che esce dalla città deve trovare un’immediata risposta umanitaria, in favore di questi diseredati usati come scudi umani dai miliziani iracheni asserragliati nella città. Bassora è un monito e un importante precedente per l’assedio di Baghdad.

Il proposito del regime, in via di dissolvimento di Saddam Hussein, d’imbrigliare una popolazione di oltre quattro milioni per resistere mesi in una battaglia alla Stalingrado è una lucida pazzia del dittatore e basta. Questa guerra è diversa perché i tempi della guerra sono legati ai tempi della pace. La pace nel tormentato Golfo Persico coinvolge l’intero scacchiere mediorientale, un’area che sarà parte molto attiva nelle decisioni sul futuro assetto dell’Iraq. In qualche modo, quindi, la guerra a Saddam deve guardare alla pace. Non desta, quindi, sorpresa che le diversità di veduta tra il presidente americano e il leader inglese riguardano non la conduzione della guerra ma la gestione della pace.

È per questo che da qualche giorno Bush e Blair insistono sul tasto della durata della guerra, che non sarà breve, ma lunga. Non è una scelta della strategia bellica, che potrebbe accelerare al massimo le operazioni sullo scacchiere puntando sulla demolizione dell’avversario. Ma questa strategia, che in primo piano mette aerei e missili con il compito di disintegrare il nemico, produce l’abnorme risultato di aumentare a dismisura le perdite tra la popolazione civile. Cosa insopportabile per la coscienza del mondo.

Inoltre una guerra breve comporterebbe il rischio di innestare un allargamento del conflitto, producendo l’effetto di allungare a dismisura i tempi della pace. La pace che l’opinione pubblica mondiale persegue con un’ansia crescente. In altre parole, non v’è una scelta tra guerra breve e lunga.

I tempi del conflitto sono legati all’atteggiamento del dittatore iracheno e dei suoi fedelissimi. Dopo aver puntato sul rinvio sine die del conflitto con il prolungarsi della querelle all’Onu, oggi aizzano l’odio religioso per cercare una via di scampo. Non ha altro significato la propaganda del regime che denuncia le uccisioni di civili, come l’eccidio al mercato di Baghdad, come arma psicologica forte contro gli alleati.

Non vi sono, infatti, speranze per il dittatore che l’offensiva degli alleati fallisca contro una fortissima resistenza nella capitale irachena. Ma vi sono al contrario molte possibilità che stragi in massa di civili alimentino una crescente obiezione dell’opinione pubblica mondiale, fino a costringere gli Usa a porre fine alla guerra.

Insomma, la strage di popolazione inerme, e soprattutto di bambini, può essere usata dal regime come un cuneo contro la penetrazione degli alleati nella capitale irachena. Non si può quindi escludere che i missili che hanno fatto strage nei mercati di Baghdad siano di matrice irachena. Anche perché, il regime non rinuncia a usare la popolazione inerme come scudi umani per cercare di evitare la fine che si avvicina.

È chiaro che la strategia della guerra, intesa a colpire i palazzi del potere e gli uomini fedeli al regime, tende a salvaguardare per quanto possibile l’energia elettrica e i rifornimenti di acqua e cibo nella città assediata. Ma tale essenziale scelta comporta la rinuncia a una rapida disgregazione del regime. Con la conseguenza negativa che continua il controllo degli uomini di Saddam Hussein sulla popolazione. Questo spiega, almeno in parte, l’apparente consenso al dittatore e, soprattutto, perché folle di profughi non fuggano da Baghdad.

Da questo punto di vista, la tesi che la guerra lunga porti il mondo sulle soglie di una nuova recessione economica non sembra concreta. Perché le guerre del nuovo secolo sono diverse da quelle sperimentate dalla generazione dei nonni. Non v’è dubbio che la tecnologia offre oggi nuovi scenari di guerra, perché consente di superare le distruzioni a tappeto e ridurre le perdite di vite umane. Non ha quindi senso riportare al presente l’esperienza di un passato diverso e non ripetibile, sostenendo che solo la guerra breve avrebbe effetti blandi sulla difficile ripresa mondiale.

In realtà, la pace che in ogni caso si avvicina non sarà il momento per il rilancio di un ciclo, che si è afflosciato. I tempi della guerra vanno sommati a quelli della pace per la ripresa dell’economia mondiale; una pace che rassereni l’area mediorientale, ancor prima della ricostruzione materiale dell’Iraq.

In altre parole, la guerra che prepara la pace e che rilancia lo sviluppo mondiale è attenta ai problemi umanitari della popolazione. Come ha detto il presidente americano Usa, il mondo deve capire la differenza tra il comportamento dei soldati iracheni, che sparano sui loro concittadini, e le nostre truppe.

Questo significa che l’aumento dei soldati sullo scacchiere militare deve contribuire non solo ad accrescere il differenziale bellico dei due fronti, per far desistere il più debole. Ma ad aumentare anche la disponibilità di uomini e mezzi che sul piano umanitario assistano i civili, in cerca di salvezza per le loro famiglie.

Da questo punto di vista, è certo una bella notizia che l’Onu ha varato all’unanimità la risoluzione angloamericana sulla ripresa immediata del piano di aiuti al popolo iracheno denominato oil for food, petrolio in cambio di alimentari. Il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, coordinerà ´il più grande piano umanitario’ che comporterà aiuti per 10 miliardi dollari.

Altra buona notizia è che per quest’intervento è stata ritrovata l’unanimità al Palazzo di vetro. La pace sta per iniziare davvero.

Giovanni Cossiga