“Commenti&Analisi” La nuova paura del futuro – di I.Diamanti

28/03/2003


       
       
      Pagina 1 e 17 – Cronaca
       DOSSIER
      Sondaggio Eurisko-Repubblica.Contro l´attacco il 77% degli italiani, ma il 63% è per una rapida vittoria Usa
      La nuova paura del futuro
       
      Quando la società si difende dal mondo

              ILVO DIAMANTI

              SFIDUCIA globale e mobilitazione sociale. Distacco dalle istituzioni internazionali e allargamento della partecipazione e della protesta dei cittadini. Sono le due tendenze più significative che emergono dal sondaggio condotto da Eurisko per "la Repubblica", una settimana dopo l´avvio della guerra in Iraq. La società italiana si dichiara preoccupata, spaventata; e indignata, dall´intervento militare in Iraq. Ha paura del futuro e, per questo, medita di ridurre drasticamente i consumi. Pensa a risparmiare. Coltiva la prudenza, tipica dei tempi duri, soprattutto perché mostra di avere perso le poche coordinate su cui imperniava la sua visione delle relazioni internazionali; la sua immagine del mondo. Si dichiara, per questo, disorientata.
              D´altronde, proprio nelle fasi di maggiore tensione, di maggiore crisi, di fronte alla minaccia prodotta da vicende particolarmente drammatiche, le persone tendono a identificarsi nelle istituzioni di governo, nelle organizzazioni che garantiscono la gestione e il controllo dei problemi, a livello nazionale e globale. L´Onu, la stessa Nato; l´Unione Europea; gli Stati nazionali. Per quanto diversi per ambito, competenza, poteri, questi organismi agli occhi dei cittadini appaiono, comunque, degli appigli, a cui aggrapparsi in tempi inquieti. Così era avvenuto all´indomani dell´attacco terroristico alle Torri Gemelle. E nel corso dell´operazione militare in Afghanistan. La fiducia in queste istituzioni, nazionali e internazionali, era cresciuta, anche in misura rilevante. Rifletteva il bisogno di protezione. La richiesta di tutela dalle minacce esterne, per quanto lontane, geograficamente. D´altronde, i media, la televisione in particolare, coinvolgono e sconvolgono tutti, facendoci partecipi, direttamente e in diretta, degli eventi drammatici che accadono. Logica la tendenza a cercare riferimenti esterni capaci di "assorbire" l´ansia soggettiva. Di offrire una sponda alla domanda di "protezione". Ma oggi, in questa fase, le cose sembrano andare diversamente. Anzi: nel pieno del conflitto militare in Iraq, si assiste a un processo inverso. Il declino della fiducia nelle sedi e nei soggetti internazionali. Tutti. Al punto da rendere meno significativo e meno rilevante il risentimento contro gli Usa, guardati con fiducia da una minoranza di persone, circa un terzo del campione: un dato, comunque, in crescita significativa, rispetto a un mese fa. Rafforzato dall´adesione all´intervento in Iraq da parte di una quota, limitata, di coloro che si opponevano alla guerra "con molti se e ma". Invece, nei confronti delle istituzioni internazionali, che fino a qualche settimana fa raccoglievano un consenso ampio, la fiducia cala sensibilmente; talora cade. Fra le persone intervistate, la quota di coloro che dichiarano fiducia nei confronti dell´Onu passa dal 56% al 40%; nei confronti della Nato, dal 43% al 33%; anche la fiducia nell´Unione Europea, che continua ad essere, fra i soggetti internazionale, il più accreditato, scende: dal 56% al 47%.
              E´ come se l´entrata in guerra, dopo avere generato un diffuso atteggiamento di distacco nei confronti dell´America, avesse bruciato, in fretta, la credibilità dei principali organismi di governo e mediazione internazionale. Uno dopo l´altro: l´Onu, la Nato, la UE. Incapaci di affrontare la crisi irachena, di trovare soluzioni politiche, di esercitare pressioni adeguate; di trovare soluzioni efficaci. E per questo delegittimati. O, quanto meno, sempre meno credibili, presso l´opinione pubblica. Italiana, ma anche mondiale. Che non ha trovato in esse una sponda, una risposta alla domanda diffusa, alla protesta esplicita, espressa in tutta Europa; e oltre.
              In questo quadro, il governo italiano vede erodersi ulteriormente la base di consensi, già limitata, di cui disponeva un mese fa, quando la speranza di evitare la guerra non sembrava ancora consumata. Dal 33%, la quota di chi lo guarda con fiducia scende al 29%. Un dato inferiore a quello registrato da tutti gli altri soggetti internazionali; e dagli stessi Usa. Il che suggerisce di aggiustare, almeno, le immagini e le affermazioni più consolidate. Ancor più che antiamericani, gli italiani appaiono, in questa fase, antigovernativi. Delusi, dalla posizione del governo, che perlopiù non condividono, considerandola schierata a favore della guerra (per il 47% del campione). Oppure, ciò che forse è peggio, non capiscono, visto che quasi il 30% degli intervistati la considera ambigua, reticente, come la formula che ha adottato: il sostegno non belligerante all´azione bellica in Iraq. Il che induce, semmai, a sostenere direttamente gli Usa, protagonisti convinti e decisi dell´intervento, fin dalla prima ora. Vale la pena di osservare, peraltro, che la grande maggioranza degli italiani (anche tra quelli che si oppongono all´intervento) tifa perché la guerra si concluda presto, con la vittoria dell´alleanza guidata dagli Stati Uniti.
              La delusione e la frustrazione suscitata dall´avvio della guerra, tuttavia, non hanno frenato né tanto meno arrestato i movimenti sociali e il moto dell´opinione pubblica. Tre italiani su quattro si dicono ancora oggi contrari all´intervento in Iraq. Qualcosa di meno rispetto a qualche settimana fa: l´avvio della guerra ha determinato il sostegno delle componenti più incerte. Ma l´opposizione resta comunque larghissima. E quella più attiva si è perfino allargata. Il 17% degli italiani (intervistati) afferma di avere partecipato a manifestazioni e iniziative per la pace: il 7% in più di un mese fa; il 43% (stessa quota del passato) si dichiara disponibile a parteciparvi, nel prossimo futuro; e il 30% degli italiani afferma di avere esposto la bandiera arcobaleno, simbolo della pace, alle finestre e sui balconi di casa: il doppio di un mese fa.
              Ciò significa che l´avvio del conflitto ha forse frustrato la protesta e la partecipazione, ma non le ha scoraggiate, non le ha inibite. Probabilmente perché, a sollecitarle, non c´è solo il rifiuto della guerra. Né la paura o la voglia di quieto vivere. Riflette, questo clima di partecipazione e di opinione, lo abbiamo detto altre volte, una domanda di senso e di comunità. Una ricerca di valori e di valore, che è ben sottolineata dalla fiducia nei confronti della Chiesa e del Vaticano, che resta elevatissima, la più alta: riguarda quasi il 60% dei cittadini.
              La partecipazione visibile e quella "visiva" (le bandiere), la mobilitazione pubblica e domestica; nelle piazze e nelle case: costituiscono una risposta, in qualche misura, alla perdita di credibilità delle istituzioni nazionali e globali. E´ come se, per rimediare all´indisponibilità di organismi capaci di rassicurare, e tanto meno di proporre valori condivisi, le persone, molte persone, avessero abbandonato i loro "rifugi" privati, la loro indifferenza, la loro apatia. Camminando insieme, in mezzo agli altri. Riscoprendo, ricostruendo i legami sociali, per "difendersi dal mondo".