“Commenti&Analisi” La legge Biagi tra banlieue e ipocrisie italiane (M.Tiraboschi

16/11/2005
    martedì 15 novembre 2005

    PRIMA PAGINA – Pagina 1 e 10

    LAVORO E INTEGRAZIONE

    La legge Biagi tra banlieue e ipocrisie italiane

      di Michele Tiraboschi

        Potremmo certamente liquidare in poche battute , come se si fosse semplicemente trattato di una curiosa concidenza. E così sicuramente è stato. Sta di fatto però che, proprio negli stessi giorni in cui i giornalisti italiani affidavano all’arma estrema dello sciopero le ragioni della loro totale opposizione alle flessibilità introdotte dalla legge Biagi, l’«Economist» interveniva sui tragici scontri nelle banlieue di Parigi e delle altre città francesi invocando una coraggiosa quanto ormai indifferibile riforma dei mercati del lavoro dell’Europa continentale. Quello che sta succedendo nelle periferie d’Oltralpe, almeno secondo la tesi sposata in un editoriale della scorsa settimana dall’autorevole settimanale inglese, ha davvero poco a che vedere con l’Islam, l’immigrazione di massa e il presunto collasso del modello francese di integrazione plurietnica. La colpa è piuttosto da rinvenirsi nel cattivo funzionamento del mercato del lavoro francese. Un mercato letteralmente strozzato da restrizioni assurde come le 35 ore, da un salario minimo eccessivamente elevato, soprattutto da una antiquata legislazione sui licenziamenti che, seppure non conosce rigidità pari a quelle del nostro articolo 18, frena le nuove assunzioni e spacca in due il mercato del lavoro.

        Così, se di discriminazioni e segregazioni si vuole proprio parlare, si rifletta allora sui dualismi dei mercati del lavoro europei, dove i privilegi degli insider, che beneficiano di livelli di tutela senza pari al mondo e spesso fuori mercato, sono pagati dagli outsider. Le conseguenze sono scontate e sotto gli occhi tutti anche se poi gli occhiali dell’ideologia annebbiano la vista. Sta di fatto che, accanto ai giovani e alle donne, che ancora subiscono rilevanti penalizzazioni nell’accesso al mercato del lavoro, sono proprio – e soprattutto – le minoranze etniche a fare le spese di un quadro regolatorio, inadatto alle dinamiche della nuova economia. È dunque nella negazione del più elementare dei diritti, il diritto al lavoro, che si creano poi divisioni tra cittadini di serie A e cittadini di serie B.

        Può essere indubbiamente più suggestivo e in un certo senso anche tranquillizzante, per una opinione pubblica irrequieta e spaventata dal futuro come quella occidentale, leggere diversamente i fatti di Parigi e avviare raffinate discussioni intellettuali sulle radici dell’odio. Immaginare cioè che tutto sia colpa di islamici esaltati e incontrollati, emarginati delle periferie e spacciatori di droga confinati in ghetti da una classe politica incapace di costruire per loro reali percorsi di integrazione secondo un più o meno razionale modello multiculturale. Ma così non è.

        La verità, come afferma l’«Economist», è che nei sobborghi parigini e delle altre città francesi manca il vero collante di ogni aggregazione sociale e cioè il lavoro. In effetti, è nelle analisi delle regole giuridiche di funzionamento dei mercati del lavoro, e non in esoteriche dispute sui differenti modelli di assimilazione, integrazione e cittadinanza, che possono essere trovate le vere differenze tra l’Europa continentale e Paesi come Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi hanno conosciuto, nell’ultimo decennio, una robusta crescita e hanno creato milioni di nuovi posti di lavoro. La Francia e il resto dell’Europa hanno invece fallito rispetto a entrambi gli obiettivi. Con la sola eccezione dell’Italia che, pur in un contesto di crescita modesto, ha tuttavia saputo creare oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. Chi oggi imputa al "pacchetto Treu" e alla legge Biagi tutti i mali del nostro mercato del lavoro divrebbe almeno riflettere sulla circostanza che dal 1998 al 2004 il tasso d’occupazione italiano è cresciuto di ben 4,5 punti percentuali. Oltre il doppio rispetto alla media europea.

        Indubbiamente sulle recenti riforme del mercato del lavoro c’è ancora troppa confusione . Tanto è vero che ad esse si attribuisce, come nel caso della vertenza dei giornalisti, l’introduzione di flessibilità e forme di lavoro, come gli appalti, il distacco e le famigerate co.co.co., che esistono da molto prima. Tuttavia, e al di là delle molte peculiarità dello sciopero dei giornalisti contro la riforma Biagi, non può allora essere solo una singolare coincidenza se, da noi, sono gli insider del meracato del lavoro a scioperare contro una legge che ha, come suo principale obiettivo, quello dell’inclusione di un numero maggiore di persone oggi ai margini della società perché senza un’occupazione fosse anche flessibile o che dir si voglia precaria.

        Gli osservatori più attenti ricorderanno del resto che la legge 30 di riforma del mercato del lavoro ha mosso i primi passi nel "laboratorio milanese" di Marco Biagi. Ci riferiamo al famoso patto promosso dal Comune di Milano, e rifiutato dalla Cgil, che immaginava per gli immigrati delle periferie, dove il disagio e l’esclusione erano già allora evidenti, percorsi graduali e concreti con le parti sociali di regolarizzazioni, e successiva stabilizzazione, attraverso deroghe temporanee agli standard generali del diritto del lavoro. Una soluzione probabilmente di confine, come pure di confine sono le nostre periferie. Una soluzione sicuramente anche tormentata, e non solo per le feroci critiche di quei raffinati intellettuali che possono agiatamente – ed elegantemente – discutere dei problemi del disagio e dell’emarginazione comodamente seduti nelle loro case e nei salotti televisivi.

        Certo è che, allo stato, non sono ancora emerse alternative valide e realisticamente praticabili. Chi come Sergio Cofferati si è a suo tempo rigidamente opposto a soluzioni sperimentali come quella del Patto di Milano e, a seguire, della legge Biagi, accusandole di introdurre nuove forme di marginalizzazione e mercificazione del lavoro, ha sino a oggi dimostrato di poter fare in alternativa una sola cosa. Ricorrere alla forza e all’ordine pubblico in nome della legalità. A Bologna, proprio come stanno facendo ora a Parigi e Lione quanti hanno rinunciato all’idea di poter modernizzare il mercato del lavoro.

        tiraboschi@unimore.it