“Commenti&Analisi” La legge Biagi spiazza tutti sul nodo dei precari (P.Ichino)

28/05/2004

28 maggio 2004

IL COMMENTO
Il caso dei Co.co.co. Telecom e le posizioni della Cgil sui risultati della riforma

La legge Biagi spiazza tutti sul nodo dei precari

di PIETRO ICHINO

    Se esiste un inferno per i faziosi, lì rischiano di finire, dopo il giudizio universale, s’intende, almeno un giornalista dell’Unità e due alti dirigenti della Cgil. Motivo della condanna: il modo in cui sull’Unità del 25 maggio hanno presentato e commentato l’accordo sindacale stipulato il giorno prima alla Telecom, col quale circa 4 mila lavoratori, finora precari e non protetti, sono stati «promossi» lavoratori subordinati regolari. La notizia vera è questa: la riforma del settembre scorso che va comunemente sotto il nome di legge Biagi (ma, a sinistra, «legge Maroni») non consente più le collaborazioni coordinate e continuative (i co.co.co); e la Telecom, per mettersi in regola con la nuova norma, ha dovuto negoziare con Cgil, Cisl e Uil l’assunzione come dipendenti regolari di migliaia di co.co.co. del call centre del gruppo. Non occorre essere esperti della materia per sapere che, senza quella legge, nessun sindacato avrebbe tolto quei lavoratori da quella scomoda posizione; anche perché, prima d’ora, nessun sindacato aveva mosso un dito perché questo avvenisse. Vediamo invece come dà la notizia l’Unità : sotto il titolo a tutta pagina «Il call centre esce dal precariato», il sottotitolo recita: «Un accordo che aggira la legge Maroni» (aggira??). Segue l’articolo, nel quale l’accordo sindacale viene presentato come frutto, nientemeno, di una «scelta di merito rivoluzionaria»: «la vera novità è che le parti sociali scelgono la prospettiva della qualità e stabilità del rapporto di lavoro». E prosegue: «nonostante una legislazione particolarmente negativa, l’accordo conferma l’impostazione scelta dalla Cgil»; «in barba alla controriforma Maroni, la vertenza… sembra destinata ad aprire strade nuove anche in un ambito di lavoro da sempre precarizzato come quello dei call centre». Subito sotto, un commento di due segretari nazionali della Cgil intitolato «Un passo nella giusta direzione»: e anche qui l’accordo è presentato come frutto esclusivo della mobilitazione del sindacato, senza una sola parola sulla nuova norma che impone questa soluzione.
    Già, perché quella legge – l’odiatissima «legge Biagi» – è stata presentata per tutto lo scorso anno dall’Unità
    e dalla Cgil, e tuttora viene presentata, come una scelta di «liberalizzazione selvaggia», di «destrutturazione del tessuto produttivo», di «mercificazione del lavoro». Si capisce che ora, per chi quegli slogan ha proclamato con accorato sdegno nelle piazze e nelle assemblee sindacali, sarebbe molto imbarazzante dover riconoscere che ai quattromila co.co.co. della Telecom le porte della cittadella del lavoro protetto sono state aperte proprio da quella legge. Qualche cosa di analogo, del resto, sta accadendo anche altrove, pur se in modo più graduale. Nel marzo scorso un accordo sindacale ha disposto un differimento di due anni della regolarizzazione delle decine di migliaia di co.co.co. del settore dei call centre, in cambio dell’anticipazione di alcune, peraltro assai modeste, protezioni. Scelta, questa, probabilmente necessaria per attutire l’impatto della riforma, per evitare il rischio di licenziamenti o di fughe nel lavoro nero; ma, anche qui, onestà avrebbe imposto di dire che la nuova legge, almeno per questo aspetto, lungi dallo smantellare il diritto del lavoro, è fin troppo rigida nella protezione offerta ai lavoratori più deboli, tanto che il sindacato deve intervenire ad «ammorbidirla». E invece la Cgil si fa bella con le penne del pavone, presentando sulla propria rivista Rassegna sindacale quei modesti miglioramenti di trattamento come un successo della propria iniziativa e glissando sul ruolo decisivo svolto dalla nuova legge nella vicenda.
    Altrove, peraltro, le cose non stanno andando altrettanto lisce. In tutti i casi – e sono la maggior parte – nei quali i vecchi co.co.co. dipendono da imprese meno forti, queste non riescono ad assorbire il brusco aumento del costo della regolarizzazione del rapporto. Non è facile eliminare dall’oggi al domani un grande polmone di flessibilità, che, insieme a quello del lavoro nero, nei decenni passati si era sviluppato proprio per compensare l’eccesso di rigidità del settore del lavoro regolare. Il governo, accortosene troppo tardi, ora medita di fare marcia indietro. Ma se lo farà, farà male: il problema non si risolve ricacciando i lavoratori più deboli nel ghetto del precariato e del lavoro irregolare. Lo si risolve eliminando gli eccessi di rigidità là dove ci sono e così dando vita a un sistema di protezione capace di essere davvero universale. Questa era la parte più importante del disegno di Marco Biagi; e su questa strada c’è ancora moltissimo da fare: al di là delle dichiarazioni propagandistiche di sinistra e di destra, ben poco di quegli eccessi di rigidità è stato intaccato dalla nuova legge.


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