“Commenti&Analisi” La legge Biagi fa chiarezza tra i co.co.co.- M.Tiraboschi

26/06/2003



        Giovedí 26 Giugno 2003
        ITALIA-LAVORO


        La legge Biagi fa chiarezza tra i co.co.co.


        di MICHELE TIRABOSCHI

        Forse ci eravamo distratti, ma finalmente ce lo hanno spiegato con dovizia di particolari: sono le tutele del lavoro a creare occupazione irregolare e lavoro nero! Non ne siamo mai stati certi; e comunque nessuno ha finora portato argomenti scientifici a sostegno di questa tesi. Prendiamo tuttavia atto che si sta improvvisamente allargando, in direzioni non sospette, il fronte di chi la pensa così. Ad affermarlo, questa volta, non sono i tanto criticati cantori della flessibilità. È questa, invece, la linea di attacco prescelta dagli oppositori della riforma Biagi, secondo cui (come titola «La Repubblica» del 20 giugno) rischia ora di finire nel sommerso addirittura l’80% dei co.co.co. Così, dopo aver affrettatamente parlato di flessibilità da pezzenti e di occupazione usa e getta, i tribuni del popolo correggono il tiro. E sono costretti a farlo perché lo schema del decreto legislativo di attuazione della legge 30/2003 li ha evidentemente spiazzati. Dov’è la tanto temuta deregolamentazione del mercato del lavoro? E cosa è questa storia di fare pulizia delle finte co.co.co.? Non sia mai che un Governo di centro-destra avvii una coraggiosa riforma del mercato del lavoro, fino a mettere in discussione forme di precarietà e flessibilità improprie, che hanno pesantemente distorto la concorrenza tra le imprese a scapito delle tutele di chi lavora. Qualcosa dovevano pure inventarsi, questi tribuni del popolo. Ecco allora l’accusa, infondata, di irrigidire il mercato del lavoro. Un vero terremoto, si è scritto. E non è mancato chi ha ipotizzato che 2 milioni di co.co.co. dovranno trasformarsi, di qui a pochi mesi, in dipendenti a tempo indeterminato. Ma dove sta scritto tutto questo? Di certo non nella legge Biagi, e tantomeno nello schema di decreto legislativo. Per non dire poi della paventata fuga nelle associazioni in partecipazione, che da tempo è in atto, e rispetto alle quali opera ora una severissima norma di sanzionatoria che impedisce gli abusi di questo schema contrattuale. Cerchiamo di fare chiarezza una volta per tutte. Le collaborazioni coordinate e continuative continueranno a vivere.
        Così sarà, in primo luogo, nel settore pubblico, a cui non si applica la riforma Biagi. Del pari, sono escluse dalla nuova disciplina le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi. Per tutti gli altri rapporti di collaborazione coordinata e continuativa si chiede, invece, quello che già oggi dovrebbe essere scontato: che si tratti cioè di lavoro autonomo genuino. Non si deve dimenticare – ce lo dicono le ricerche di Ires-Cgil e Censis – che il 90% dei collaboratori lavora con un solo committente, e di questi il 66% svolge il proprio lavoro presso la sede del committente, spesso con modalità di lavoro non distinguibili da quelle dei dipendenti che gli stanno a fianco. Se non sono queste prove di una fuga fraudolenta dal lavoro dipendente, poco ci manca. Tanto è vero che circa il 30% di questi collaboratori, ma sarebbe più corretto dire dipendenti occulti, svolge lavori manuali nell’edilizia e nei settori della ristorazione e delle pulizie, e che il 36% svolge attività di mera imputazione dati (data entry) e lavori di segreteria. Chi ci ha sempre detto – confortato da ricerche empiriche – che larga parte delle collaborazioni coordinate e continuative non sono altro che forme di lavoro subordinato mascherato non dovrebbe oggi preoccuparsi della loro riconduzione nell’ambito del lavoro dipendente e tutelato. Ma neppure le imprese dovrebbero essere preoccupate di questa operazione, che mira a eliminare forme sleali di concorrenza e a ripristinare la certezza del diritto nei rapporti di lavoro. Posto che sarà sempre possibile ricorrere ai co.co.co. in caso di progetti, programmi di lavoro o fasi di esso gestiti autonomamente dal collaboratore, le alternative al lavoro irregolare e al lavoro nero sono oggi numerose, tante quante le forme di flessibilità regolata che contempla il nostro ordinamento: dal nuovo lavoro a termine ai contratti di inserimento, dal lavoro intermittente al nuovo lavoro a tempo parziale.
        Ci sono ora, grazie alla legge Biagi, diverse opportunità per evitare i rischiosi contenziosi e le salatissime multe per evasione contributiva in caso di collaborazioni fittizie. Ma non solo. Vero è che la maturità di un sistema produttivo si misura sulla capacità di sviluppare una riflessione in una ottica di medio-lungo periodo: il passaggio da rapporti a minore o nessuna contribuzione (lavoro nero, co.co.co) ad altri a più alta aliquota costituirà infatti un beneficio per l’intero sistema-paese. Eliminando forme di concorrenza sleale, basate su abusi ed elusioni palesi alla normativa di legge, sarà infatti più facile programmare misure volte alla progressiva riduzione del costo del lavoro dipendente.
        Ma la sfida della legge Biagi è ancora più ambiziosa perché, nel tentativo di coniugare competitività e giustizia sociale, sconfessa l’assunto che le tutele del lavoro siano la premessa per il lavoro nero e irregolare.