“Commenti&Analisi” La guerra che si vede in Europa – di M.Ricci

26/03/2003
           
           
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          La guerra che si vede in Europa e che i media Usa non raccontano
                  MAURIZIO RICCI

                  Civili che annaspano fra le macerie di Bagdad, giovani che si scagliano contro i consolati americani, in Europa e in Medio Oriente. Torno, dopo cinquanta giorni a New York, in Italia e scopro una guerra nuova, un mondo rimasto nascosto, immagini che gettano una luce cruda sull´impresa irachena di George Bush e che io e i telespettatori americani non abbiamo mai visto. All´aeroporto, a New York, faccio in tempo a guardare, domenica sera, un´ultima trasmissione della Cnn americana. «È una brutta giornata» dicono i commentatori: prime vittime fra i soldati, primi prigionieri. Ma la marcia verso Bagdad è veloce, Donald Rumsfeld, intervistato, ripete che «Il risultato non è in dubbio», ci sono 48 paesi che sostengono la guerra americana, i servizi mostrano le immagini in campo lungo dei bombardamenti che, con la precisione del bisturi, scalpellano gli obiettivi militari di Bagdad. Lunedì sera, sto guardando la Rai. La telecamera si muove a scatti lungo una via ingombra di macerie, intorno la gente grida, inveisce, piange. Dita scavano nel cemento frantumato, ne emerge il viso grigio di una donna che respira appena. La caricano in barella, la mettono nell´autoambulanza. È cronaca quotidiana di Bagdad, il rovescio dei bombardamenti chirurgici, ma io questa guerra ancora non l´avevo vista. Passo su Euronews: a Amburgo, migliaia di giovani sono scesi in strada, hanno resistito agli idranti, alle cariche della polizia antisommossa per protestare contro la guerra. È avvenuto anche a Berlino, in Spagna, in tanti paesi europei, in quasi tutti i paesi arabi, mi dice Euronews. Avevano manifestato anche il giorno prima, manifesteranno anche oggi, anche domani. Come sembrano piccoli i 48 paesi della coalizione, un terzo dei quali continuano a preferire che non si faccia il loro nome. Il mondo si rivolta, continua a rivoltarsi contro la guerra, nessuno sembra disposto a dire solo: «Ormai è fatta, guardiamo avanti». Seduto davanti alle tv americane, non me n´ero accorto. La vicenda dei prigionieri americani, che le tv d´oltre Atlantico hanno ridotto ad immagini quasi incomprensibili, quando non hanno censurato del tutto, è solo la spia dello spirito con cui i media americani stanno affrontando la guerra, come prima avevano raccontato il suo lungo prologo diplomatico. Nel caso dei prigionieri, c´è stata l´esplicita pressione del Pentagono che non risulta ci sia né per i bombardamenti, né per le manifestazioni di protesta. Ma la storia che, giorno dopo giorno, hanno raccontato e raccontano i media americani è frutto di scelte consapevoli, che il riflesso patriottico del dopo 11 settembre non basta a spiegare. È inesatto dire che nascondano le notizie. Ma dare le notizie, spiegano gli studiosi dell´informazione, non basta. Conta soprattutto come vengono presentate, quali collegamenti vengono suggeriti, il contesto, anche emotivo, in cui vengono posti, la cornice che le spiega e che cancella anche gli elementi che sembrano negarla. La cornice è quella che ha suggerito la Casa Bianca e che i media hanno rilanciato e rilanciano da mesi: la guerra era giusta, anche se le prove dell´arsenale di Saddam non ci sono; la guerra era inevitabile, anche se molti alleati pensavano che le ispezioni stessero funzionando. E, adesso, è una guerra pulita, asettica, dove, sui teleschermi, quasi non si vede sangue e i civili inquadrati sono quasi solo quelli che strappano, fra le uniformi dei marine, i manifesti di Saddam. E, se in America si manifesta contro la guerra, si manifesta anche a favore: i numeri sono astronomicamente diversi, ma la copertura televisiva è molto simile.
                  «Embedded» è un termine fastidioso, quando, più che lo stretto contatto fra singolo giornalista e singolo reparto, suggerisce la natura del rapporto fra Pentagono e stampa. La cornice che racchiude la storia della guerra, su giornali e tv, fino a ieri, era semplice e accattivante: una guerra rapida, una vittoria affrettata dallo scontato crollo del regime, diserzioni in massa, iracheni festanti ad accogliere i liberatori. Le notizie che, scrupolosamente, i cronisti americani raccolgono e trasmettono a lettori e spettatori cominciano a metterla in dubbio, ma, finora, non l´hanno ancora scalfita. Si parla molto di «frattura atlantica», di allontanamento fra americani ed europei. Forse, molto più semplicemente, come osservava Paul Krugman, «vediamo le cose in modo diverso, perché vediamo notizie diverse» .