“Commenti&Analisi” La giusta direzione- C.Dell’Aringa

18/06/2003



        Mercoledí 18 Giugno 2003
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        La giusta direzione
        di CARLO DELL’ARINGA

        L‘esito del referendum sull’estensione dell’articolo 18 ha dato ragione a chi lo riteneva inutile. Ma non vanno trascurati i dieci milioni di elettori che hanno votato sì. Dimostrano che il bisogno di tutele è diffuso nella cultura e alimentato dalle esperienze di lavoro di questa parte non trascurabile di cittadini. Recuperare anche costoro a una concezione della politica del lavoro "attiva" e non solo difensiva dei posti di lavoro esistenti e che sappia coniugare flessibilità con sicurezza (come la Commissione europea ostinatamente continua a suggerirci), non sarà facile, ma qualche tentativo andrà fatto.
        La riforma del lavoro proposta dal Governo è certamente una riforma ampia e che va giudicata nella sua globalità, una riforma che va nella giusta direzione per rendere più moderno il mercato del lavoro. Non mancano gli oppositori, ma spesso sono anch’essi divisi sui rischi e sugli effetti delle misure proposte. Si dovrebbe riconoscere che l’ampiezza e la complessità degli istituti regolati dal progetto di riforma rende difficile valutare l’impatto complessivo e i pareri discordi (ancorché accomunati dal giudizio negativo) dimostrano la difficoltà di offrire un giudizio basato su solide basi conoscitive.
        Gli elementi positivi superano di gran lunga i rischi, ma quello ancor più importante è che si affermi la logica delle necessità di compiere progressivi passi in avanti. Di fronte alla complessità e varietà delle proposte, i sindacati firmatari del Patto hanno usato, più o meno, le seguenti parole: ci sono cose che sembrano andar bene e altre che forse vanno riviste; le studieremo e faremo le nostre osservazioni. Sembra una posizione ragionevole. Infatti la filosofia della riforma consiste in un tentativo di bilanciare gli effetti delle diverse misure.

        La riduzione della flessibilità (sinora eccessiva e talvolta illegale) delle collaborazioni coordinate e continuative viene bilanciata da un aumento consistente delle flessibilità determinato sia dall’introduzione di nuovi istituti (leasing, lavoro intermittente, occasionale, ecc.) sia dalla
        rivisitazione di alcuni già esistenti (in particolare
        il "part-time"). Di fatto nessuno è in grado di prevedere esattamente gli effetti pratici delle norme in termini di occupazione, aggiuntiva o sostitutiva che sia. Chi ad esempio, immaginava, 6-7 anni fa,
        che vi sarebbe stata una esplosione dei co.co.co? Considerate le molte novità occorrerà seguire e monitorare molto bene gli effetti degli interventi previsti.
        Ora non vi è dubbio che l’inasprimento della normativa e del trattamento fiscale dei co.co.co. corra il rischio di ridurre l’occupazione e di alimentare il lavoro nero. Questo è l’inevitabile effetto di misure tese ad aumentare protezione, tutele e sicurezze. Ma queste misure non vanno
        isolate dal contesto, ed è il complesso delle misure e il possibile bilanciamento dei loro effetti che vanno valutati. Soprattutto la gradualità degli interventi va tenuta in considerazione.
        Ad esempio, l’inasprimento della contribuzione
        è già avviato e può procedere con ulteriore gradualità. Allo stesso modo un maggior rinvio alla contrattazione collettiva (maggiore di quanto non sia già previsto) per la regolazione degli istituti, di quelli nuovi e di quelli vecchi, può essere utile non solo per riconoscere il giusto peso alle parti sociali, ma anche per rispondere all’esigenza di graduare gli interventi, nei modi, nei tempi e nella intensità richiesti, per tener meglio conto degli effetti che il piano di riforma produce man mano che viene implementato.
        Se si tiene conto di questa possibile evoluzione potrebbero rientrare anche alcune forti preoccupazioni, tipo quella espressa da Pietro Ichino sul «Corriere della Sera» di ieri, secondo il quale le nuove disposizioni sui co.co.co. produrranno effetti (in termini di ulteriore rigidità)
        simili a quelli che sarebbero stati prodotti da una eventuale vittoria del sì. Previsioni così pessimistiche (almeno in termini di occupazione) andranno verificate in itinere e, se il processo di riforma sarà graduale, sarà possibile fare anche le necessarie verifiche e adottare le opportune correzioni di rotta.