“Commenti&Analisi” La giovane minoranza protetta – di I.Diamanti

20/01/2003

19 GENNAIO 2003

 
 
Pagina 12 – Commenti
 
 
La giovane minoranza protetta e temuta

ILVO DIAMANTI


È DIFFICILE, seguendo il dibattito politico in questa fase, non raccogliere i segni di una società presentificata. Immersa nell´attualità estrema. Al punto da non riuscire più, non dico a "prevedere", ma neppure a "pensare" il futuro.
La discussione sulle pensioni. Per ridurne il carico, insostenibile per una popolazione attiva sempre più ridotta, si mira ad allungare la vita lavorativa delle persone. "Saturando", così, spazi ulteriori all´ingresso dei più giovani. Gli investimenti in ricerca, sull´Università, sulla formazione. Sempre ridotti. In misura desolante. Anche se tutti sanno che la conoscenza è l´unica, vera, risorsa che permetta alle persone come al sistema sociale e alle istituzioni, di "costruire" il futuro.
Il futuro, appunto. È un problema eluso. Rimosso. In parte perché genera angoscia. La maggior parte delle persone intervistate nell´indagine su "I cittadini e lo Stato", pubblicata di recente da Repubblica, considera un azzardo fare investimenti seri, per sé e la propria famiglia, ritenendo il futuro "incerto e carico di rischi". Rischi globali, in primo luogo. Come la minaccia terrorista. Come la guerra in Iraq, che incombe da mesi. E agita le nostre paure. Ma vincola anche l´economia, gli affari. Quelli grandi e quelli minimi.Come pensare, seriamente, a tutelare i nostri risparmi, se la guerra possibile, anzi probabile e quasi certa, deprime le borse e rende volatili i depositi bancari?
Tuttavia, la tendenza alla presentificazione che marca la visione della vita e del mondo si collega, sicuramente, anche alla nostra struttura demografica. Siamo diventati una società anziana. Nella quale l´assistenza prevale, come problema, sulla profezia e, più modestamente, sulla programmazione. Gestire l´invecchiamento delle persone conta assai più di preparare la carriera dei giovani e dei giovanissimi.
Una società "sterile": è l´orizzonte che sembra avvolgere la nostra esistenza, in questa fase. Genera pochi figli, affronta con disagio i flussi migratori e insegue la prospettiva dell´autoriproduzione. Il suo mito è compensare i limiti della "generazione" naturale mediante l´ingegneria "genetica".
La società sterile: sposta sempre più in avanti nell´età il baricentro sociale del potere. (D´altronde l´età mediana dell´elettore, il riferimento delle strategie di marketing politico, in Italia, ha superato i cinquant´anni). Sarà per questo che guarda con sentimenti tanto opposti i giovani. Li coccola e li teme. Vincola il loro futuro (…senza pensioni, senza lavoro stabile, senza sicurezza..), ma li protegge e li trattiene in famiglia sempre più a lungo (una persona su tre, a 35 anni, continua a vivere con i genitori, secondo l´indagine Iard del 2001). Cerca di rispondere alla scarsità di giovani allungando sempre di più la giovinezza. E guarda con malcelata paura gli episodi efferati di figli che uccidono i genitori; e di genitori che ammazzano i figli. Eventi sempre accaduti, che oggi ottengono tanto clamore perché esposti al grandangolo dei media; e alla sottile inquietudine che pervade i genitori di fronte ai figli. A loro così vicini, in apparenza. E in realtà così lontani. I genitori: abituati ad averli in casa per tanti anni, i figli. E a parlare con loro sempre di meno. Abituati, inoltre, a isolare i temi di conflitto, genitori e figli, per evitarli accuratamente. Non ci sono più le baruffe di una volta, in famiglia. I contrasti, talora accesi, che servivano a marcare la distanza fra le generazioni; aiutavano i figli a liberarsi, a imporre la propria autonomia, i padri a "trasmettere" loro il senso della continuità. (Anche per questo i giovani restano così a lungo in famiglia: manca loro il bisogno di andarsene alla ricerca di libertà e autonomia. Prevale il ricatto reciproco: dipendenza relativa in cambio di affetto e compagnia).

Così, i giovani si delineano come una "minoranza, che sviluppa le sue strategie professionali ed esistenziali "fuori" dai confini angusti tracciati dalla società adulta. È questa l´impressione che si fa strada, in modo magari confuso, considerando indizi che riguardano gli stili di vita, i valori, i comportamenti delle generazioni più giovani. È in atto un distanziamento dalla società adulta, dai loro genitori, difficile da percepire, perché avviene in circuiti chiusi; perché raramente si traduce in conflitto o in contrapposizione. Perché avviene senza perdere il contatto con i genitori. Perché i genitori, la società adulta, non sanno vedere al di là del proprio naso.
I giovani: sono ormai il paradigma della flessibilità. Abituati a pensare e a praticare il lavoro per mille segmenti, mille piccole esperienze. Perlopiù instabili. Preparati da un percorso formativo anch´esso ormai a frammenti. E soprattutto indefinito, instabile (sfido chiunque a trovare una razionalità, un disegno negli interventi e nei progetti sulla scuola degli ultimi dieci anni). Flessibili per necessità e per identità, ormai. E competenti, sul piano delle tecnologie. Hanno e usano il personal computer, il telefonino. Quasi tutti. Comunicano per email; e dialogano con gli sms, fin dalla più tenera età. Il che permette loro di stabilire contatti costanti, quasi ansiosi, dentro relazioni strette, ma, appunto, frequenti, anche se virtuali.
Hanno i loro ambienti generazionali, i giovani. Dove, anche se sono pochi, possono sentirsi in tanti e insieme. Le discoteche. O, in alternativa, i centri sociali. Da cui gli adulti sono perlopiù esclusi.
Verso la politica, quella di cui parlano gli adulti, provano in-comprensione. E fastidio. Ciò che li fa definire, li ha fatti definire, a lungo, im-politici, indifferenti. Non è proprio così. È che è difficile appassionarsi alla disputa sul premierato, la devoluzione oppure sulla "commissione di inchiesta sulle inchieste" dell´epoca di Tangentopoli; anche per il loro padri. Figuriamoci per loro, i figli, che al tempo della caduta della prima Repubblica avevano dieci, dodici anni. Magari di meno. Per loro che si sono socializzati quando il muro di Berlino era già caduto e la globalizzazione si era già realizzata. Per loro, che la globalizzazione la sperimentano concretamente (viaggiano nel mondo, per studio, piacere, lavoro; parlano le lingue; viaggiano in Internet…); che non conoscono le ideologie.
Per questo, anche per questo l´unica idea, l´unica questione che li appassiona davvero, che assuma la parvenza di utopia, che riesca a mobilitarne almeno una parte, è il "no-global". Sono tanti i giovani che, nell´ultimo anno, hanno manifestato contro le conseguenze economiche e politiche della globalizzazione, contro la guerra (anche ieri): il 40%, tra i giovani con meno di 25 anni e fra gli studenti, mentre nella popolazione la media scende al 14%. Al di là di valutazioni di merito, come non vedere in ciò la reazione a una politica che si è ritirata dalla vita quotidiana, dal territorio, dalla società? Che viaggia attraverso i media, confusa fra un cartoon giapponese, due veline e un cuoco à la page? E come non vedere in ciò una reazione a una politica piccola piccola, schiacciata sui temi locali e lontana, estranea alle questioni "globali", di cui si celebra, giorno dopo giorno, l´importanza?
Da ciò una chiave di lettura, se non una risposta, rispetto al problema da cui siamo partiti: l´orizzonte minimo, senza brividi, senza progetti, che rende opaco il confronto politico.
Stiamo diventando una società sterile. Invecchiata, nella testa quanto nel fisico. Che tratta i giovani come una minoranza protetta. Da cui proteggersi. Una variabile dipendente. Segni di un futuro corto e di uno sguardo stretto. Anche perché, come ha scritto Alessandro Cavalli, se una peculiarità accomuna e distingue i giovani, è che essi "hanno ancora di fronte a sé gran parte della loro vita". Mentre gli anziani sono coloro "che l´hanno dietro alle spalle". E come reagire all´immenso presente, nel quale rischiamo di perderci; come immaginare il futuro, come guardare avanti, se procediamo con la testa voltata all´indietro?