“Commenti&Analisi” La discesa del reddito reale è un fenomeno italiano (A.Recanatesi)

19/04/2004

    19 Aprile 2004


    IN EUROPA AUMENTA DA OTTO ANNI
    La discesa del reddito reale
    è un fenomeno italiano

    di Alfredo Recanatesi

    PER quanti si ostinano retoricamente a negare che l’economia italiana sia in declino, vale uno dei tanti dati citati dal prof. Dotti su «La Voce.info»: per la categoria dei lavoratori single senza figli, negli otto anni dal 1996 al 2002 i redditi netti in termini reali sono rimasti stazionari, mentre nell’intera Unione europea sono mediamente saliti del 17%; in alcuni Paesi tra i quali Francia e Gran Bretagna sono saliti del 20%; in nessun altro Paese sono cresciuti meno dell’8 per cento. È appena il caso di rilevare che il periodo di riferimento è abbastanza lungo per escludere gli effetti dei cicli congiunturali o quelli delle politiche seguite dai governi in carica.
    E il raffronto è abbastanza significativo poiché i Paesi assunti a riferimento sono i più simili al nostro.
    Altri indicatori dei redditi possono presentare tendenze differenti, ma tutti quelli che la statistica produce – compresi da ultimo quelli della Banca d’Italia – vanno sempre più convergendo verso l’indicazione di un peggioramento delle condizioni economiche della popolazione in genere. Al punto che gli indici di povertà non peggiorano per il fatto che, essendo indici relativi al reddito medio, sono difesi – si fa per dire – dall’arretramento delle medie di riferimento.
    Si dirà che in una economia che non cresce è normale che sia così.

    Ma nella stagnazione dell’economia italiana stanno avvenendo trasferimenti di reddito di una entità senza precedenti con effetti non solo sperequativi sotto il profilo sociale, ma anche e soprattutto peggiorativi delle possibilità di ripresa nelle quali poter sperare.
    Dalla provenienza di quanto compriamo, usiamo o è offerto in vendita, tutti ormai possiamo constatare che il nostro sistema produttivo, spiazzato dalla concorrenza dei Paesi emergenti, sta perdendo la capacità di produrre il reddito che poi, con mezzi e percorsi diversi, si spande per alimentare il benessere dell’intera popolazione. Ma si può parimenti constatare che, se va perdendo la capacità di produrre reddito, non va perdendo quella di accaparrarsene comunque una fetta maggiore.

    Pur con una attività stagnante, quando non in arretramento, infatti, i profitti continuano a salire, come viene confermato dai rendiconti delle società quotate in Borsa e dalla relativa campagna dei dividendi. In altre parole, le imprese produttive riversano all’esterno gli effetti della loro incapacità di difendersi dalla concorrenza, mentre incamerano i benefici che pure hanno ottenuto: dal costo del lavoro ormai tra i più bassi dell’Occidente, alla flessibilità, ai costi finanziari scesi a minimi storici.
    Per inciso va osservato come venga ulteriormente confermato che le politiche di contenimento del costo dei fattori della produzione non rendono il sistema produttivo più forte, ma semmai consentono di perpetuarne le debolezze.
    Una prima ripartizione del reddito che viene prodotto, dunque, premia le imprese a detrimento di tutti gli altri. Ma questi «altri» non soffrono tutti nella stessa misura della riduzione del reddito reale. Molti lavoratori autonomi e professionisti beneficiano di redditi più consistenti; tra questi, ad esempio, gli avvocati, per i quali il governo (che si era definito liberista) ha appena approvato ulteriori incrementi delle tariffe professionali, altri ne ha già approvati e altri si appresta ad approvarne. È cosa ormai ben nota che non se la passano affatto male anche produttori, intermediari e dettaglianti di tutti i settori delle spese ricorrenti (gli alimentari e l’abbigliamento), o del tempo libero (ristoranti e alberghi), o ancora degli immobili (case e terreni); settore quest’ultimo che con gli altri citati ha in comune il fatto di non essere esposto alla concorrenza. Se allora la quota di reddito che va alle persone e alle famiglie si riduce, ma tra queste vi sono categorie che riescono ad aumentarlo, è facile concludere che gli «altri» che rimangono stanno peggio di prima: il loro tenore di vita si è ridotto e continua a ridursi. Prima che qualcuno chiami in causa l’11 settembre, o altre cose che non c’entrano più, è bene ricordare che un fenomeno del genere si verifica solo in Italia.
    Le forze politiche che si stanno confrontando a suon di insulsi slogan dovrebbero dire in primo luogo se questa situazione sta loro bene, e dire eventualmente cosa intendono fare. Si continua ad attendere una ripresa senza considerare che è compromessa perché, di fronte alla concorrenza, il sistema produttivo si ritira, si rimpiccolisce; rimpiccolendosi riduce la produzione di reddito che può alimentare la domanda interna, e così crea la premessa per rimpiccolirsi ulteriormente. Più si rimpiccolisce, e meno può essere in condizione di reagire con investimenti in innovazione e tecnologia. È legittimo chiedersi se qualcuno tra le forze politiche, o anche nella classe dirigente del Paese, ha una idea di come questa spirale possa essere spezzata.