“Commenti&Analisi” La direttiva europea sugli orari un’occasione mancata di dialogo – di M.Tiraboschi

13/01/2003

          sabato 11 gennaio 2003

          Analisi
          La direttiva europea sugli orari
          un’occasione mancata di dialogo

          DI MICHELE TIRABOSCHI

          Una occasione mancata. Non pu� che essere valutato in questo modo
          l’esito del dialogo sociale infruttuosamente avviato nei mesi scorsi dal Governo sulla riforma della disciplina dell’orario di lavoro. Ed �
          una occasione mancata per tutti —a cominciare dalle parti sociali —soprattutto in considerazione del fatto che gi� il 12 novembre 1997 era stata
          raggiunta un’intesa tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil che, aggiornata in coerenza con i precetti comunitari, avrebbe potuto favorire la rapida conclusione di una vicenda che si trascina da troppi anni. La direttiva
          comunitaria n. 93/104, su cui � stato avviato il dialogo sociale, avrebbe dovuto essere trasposta nel nostro ordinamento entro il novembre 1996 ed � noto che sul Governo incombe la minaccia di una sanzione pecuniaria salatissima.
          � quantomeno curioso rilevare che il metodo del dialogo sociale, indicato dal Libro Bianco sia in questo caso fallito su due punti — obblighi di comunicazione dello straordinario e lavoro domenicale — che poco o nulla hanno a che vedere con i vincoli posti dalla direttiva europea. Cos� come
          � paradossale che le parti sociali non abbiano mai affrontato il vero nodo critico della disciplina comunitaria: la previsione cio� di un limite massimo di 48 ore, compreso lo straordinario, alla durata settimanale dell’orario, non
          contemplato nell’accordo interconfederale del 1997. Tanto da indurre a ritenere che proprio la presenza di una precedente intesa ab bia finito col
          pregiudicare gli esiti del dialogo sociale, collocando le parti su logiche negoziali s� coerenti con l’accordo del 1997, ma proprio per questo distanti
          dall’impianto della direttiva che ruota appunto sulla nozione di durata massima settimanale dell’orario. Senza dimenticare l’insoddisfazione di quegli attori che, non avendo sottoscritto l’accordo del 1997, giustamente rivendicavano
          un adeguamento della normativa alle specificit� di settori quali commercio, turismo e agricoltura.
          Ma non sono solo le parti sociali che possono recriminare sul mancato accordo. � una occasione mancata anche per il Governo che ora dovr�
          affrontare e risolvere in poche settimane tutti i nodi tecnici e politici su cui si � arenato il dialogo sociale. Il processo avviato ieri sar� se non lungo (la delega scade ad aprile) quantomeno tortuoso. Ai punti critici (straordinario, comunicazioni e lavoro domenicale) se ne aggiunge uno di non poco conto. L’oggetto della direttiva —volta a introdurre prescrizioni minime di
          sicurezza e salute in materia di organizzazione dell’orario — solleva la questione della esatta delimitazione delle competenze statali alla luce
          della riforma del Titolo V della Costituzione.
          Il Governo rischia di scontentare tutti: parti sociali e regioni in primis. Di certo non pu� per� scontentare la Commissione europea: quella della
          fedele recezione della direttiva europea � l’unica strada da seguire per evitare un pasticcio dannoso per tutti. Indubbiamente l’introduzione di un tetto massimo di 48 ore settimanali, comprensive di straordinario, rappresenta una
          innovazione di non poco conto, anche se � vero che il vincolo � alquanto flessibile. La direttiva parla infatti di durata media da calcolare nell’arco
          di quattro mesi, estensibili sino a sei e a dodici a fronte di ragioni obiettive di carattere tecnico, produttivo, organizzativo specificate nei contratti collettivi. Ci� che tuttavia � auspicabile � che le parti sociali sappiano cogliere tutte le
          opportunit� di questa innovazione che potrebbe contribuire al raggiungimento di quegli accordi volti alla modernizzazione del lavoro a cui da tempo ci richiama la Ue.