“Commenti&Analisi” La democrazia da esportazione – di M.Pirani

11/04/2003


      11 aprile 2003

       
       
      Pagina 17 – Commenti
       
       LE IDEE
      L´America, il conflitto in Iraq e la democrazia da esportazione
              Per tornare a essere influente il resto d´Europa deve recuperare subito il rapporto con Londra
              Le mosse Usa si basano su una ideologia d´assalto che tende a imporre al mondo le sue scelte

              MARIO PIRANI
              IL CROLLO del tiranno di Bagdad non può che rallegrare gli spiriti amanti della libertà, quale che sia stata la loro opinione sulla guerra. L´auspicio che formulammo su queste colonne, una volta iniziate le operazioni belliche, che esse si concludessero al più presto, con la vittoria angloamericana e col minor numero di vittime possibile, s´è realizzato, salvo qualche colpo di coda non escludibile del regime in disfacimento. Rimpiangiamo, peraltro, che la caduta di Saddam sia avvenuta con 12 anni di ritardo, mentre avrebbe dovuto rappresentare, in un quadro d´alleanze assai più largo, il logico corollario della giustissima guerra del ´91 (e anche questi giudizi d´allora restano documentati su Repubblica).
              La vittoria odierna, se conforta per le speranze che apre ai popoli dell´Iraq, non annulla, però, le preoccupazioni che lo scatenarsi del conflitto procurò.
              Esse permangono. La vittoria non le ha cancellate ed, anzi, gli annunci sul futuro postbellico inducono a nutrirne di più gravi, anche se è auspicabile venire domani smentiti dai fatti.
              Non siamo i soli ad avere fondati timori e, perciò, è bene discuterne.
              Deve, però, essere chiaro che l´angolo visuale è quello di chi ha sempre condiviso tutti i precedenti interventi armati, sia di peacekeeping sia per sventare crimini di massa in atto, da Timor Est al Kosovo, fossero essi patrocinati dall´Onu o anche solo dalla Nato. Dopo le Due Torri sostenemmo che il terrorismo islamico aveva ormai scatenato una guerra che andava combattuta anche dall´Europa, in solidale alleanza con gli Stati Uniti. L´Afghanistan rappresentò il primo grande impegno di questa fase. La risoluzione dell´Onu e l´attivarsi della clausola d´intervento automatico del Patto Atlantico, con l´invio di truppe italiane, tedesche, francesi e di altri paesi dell´Alleanza, accanto agli americani (che, peraltro, non se ne mostravano molto entusiasti), dette una base d´assoluta legittimità internazionale all´operazione, a tutt´oggi, non ancora conclusa.
              Lo spostamento dell´obbiettivo, dalla lotta ad Al Qaeda al rovesciamento urgente di Saddam, che avrebbe potuto essere posto come ultima istanza e con motivazioni più certe, è stato, invece, assunto in un contesto del tutto diverso. Se il punto di non ritorno, tra la prima fase e la seconda fase, può essere individuato nel momento dell´abbandono della linea di Colin Powell, basata sull´Onu (coi suoi ispettori e le sue risoluzioni) con il prevalere dell´unilateralismo impersonato da Rumsfeld, il suo significato va ben al di là di un momento, sia pure d´alta drammaticità, tutto contenuto nell´arco tra lo scoppio della guerra e la sua prossima conclusione.
              Se, infatti, si trattasse d´un temporaneo scarto da un orientamento generale confermato, esso non avrebbe provocato lo smottamento e l´andata in crisi di tutte le grandi organizzazioni internazionali: Onu, Nato, Unione europea, G8 (sarebbero stati immaginabili fino a qualche mese fa due Vertici contrapposti, quello angloamericano di Belfast e quello russo-franco-tedesco di San Pietroburgo?). Quanto avvenuto è, per contro, la presa d´atto non di una intemperanza contingente, suscitata dalla lungaggini diplomatiche, ma di una radicale trasformazione imposta alla strategia americana di lungo termine.
              Una trasformazione che degrada anche gli alleati più fedeli ad un rango di totale e fedele sudditanza. Una trasformazione che devia dai suoi binari storici la politica estera degli Usa, sia repubblicana che democratica, ed altera i valori che ha sempre rappresentato, a partire da quando Truman (e tutti i successori, fino a Clinton) la incardinò sulle grandi organizzazioni della cooperazione internazionale al crocevia del 1956, quando Foster Dulles impose l´alt alla guerra di Suez, agli anni di Kissinger, tessitore instancabile d´accordi di pacificazione, da Pechino a Israele, dalla crisi di Cuba che vide Kennedy alternare la forza alla prudenza, al lungo passaggio tra guerra fredda e pacifica coesistenza, segnato dal rapporto tra Reagan e Gorbaciov.
              Oggi suona uno spartito tutto diverso il gruppo neoconservatore che si è imposto a Washington, grazie al terribile trauma delle Due Torri, e che usa il fondamentalismo cristiano di Bush per imporre una ideologia imperiale, elaborata da lungo tempo, ma fino a ieri in minoranza assoluta nell´establishment statunitense. I nostri lettori sono stati largamente edotti sulle teorie basate sulla "missione" mondiale dell´unica superpotenza esistente, sull´unilateralismo, sulla guerra preventiva. Credo utile, a maggior approfondimento, riportare qualche brano di un recente articolo di uno dei maggiori esponenti neo-conservatori, James Woolsey, ex capo della Cia e oggi membro del Council Defence Board di Rumsfeld, nonché in predicato per un alto incarico in Iraq. "Ora che le nostre truppe sono a Bagdad – scrive – dobbiamo collocare gli avvenimenti in una prospettiva storica… Siamo entrati nella quarta guerra mondiale (dopo le prime due e la Guerra fredda, n.d.r.)… più che una guerra contro il terrorismo, la posta in gioco è quella di estendere la democrazia alle parti del mondo arabo e mussulmano che minacciano la civiltà liberale… è certo che essa durerà più tempo del primo e del secondo conflitto mondiale… un problema specifico si pone nel Medio Oriente dove, al di fuori di Israele e della Turchia, non esiste alcuna democrazia… ma due tipi di governi, i predatori patologici e gli autocrati vulnerabili… Oltre all´Iraq, finanziano e sostengono il terrorismo l´Iran, la Siria, il Sudan e la Libia. Questi cinque hanno anche cercato di procurarsi armi di distruzione di massa. È chiaro che la guerra terroristica non disparirà fino a quando noi non cambieremo la faccia del Medio Oriente, ciò che abbiamo precisamente cominciato a fare in Iraq… il cambiamento va intrapreso in questa unica parte del mondo dove non vi è alcuna esperienza storica di democrazia… Saddam, gli autocrati della famiglia reale saudita, così come i terroristi debbono oggi comprendere che per la quarta volta in cento anni, l´America ha aperto gli occhi… poiché siamo in marcia non esiste che un modo per riportare la vittoria… è una guerra della libertà contro la tirannide". Questa prosa inequivocabile mi ha suggerito un paragone paradossale: se negli Anni ’20 i trotzkisti, fautori della "rivoluzione permanente", avessero trionfato contro Stalin, accorto quanto spietato sostenitore della "rivoluzione in un solo paese", e l´Urss avesse posseduto un armamento più poderoso di chiunque altro, quale sarebbe stato il destino del mondo? Ora non credo proprio che ci voglia uno Stalin a stelle e strisce per ricondurre i falchi della democrazia missilistica d´esportazione a più moderati intendimenti e credo bastino gli anticorpi che sempre l´America alla lunga ha saputo produrre quando si è trovata alle prese con le sue paure più profonde ed emotive, fosse la penetrazione comunista agitata da McCarty o la contaminazione nera nell´incubo sudista. Pur tuttavia il "rischio d´esportazione" della democrazia ci appare altissimo.
              Resta, comunque, almeno allo stato dei fatti, il quesito su cosa dobbiamo fare noi, che abbiamo sempre condiviso i valori occidentali che l´America ha impersonato. Per ora si delineano due strade (e un incerto viottolo mediano, quello italiano). La prima, rappresentata da Blair è tutta giocata, almeno se le intenzioni sono oneste, sulla scommessa che, partecipando in pieno alla impresa militare, gli sarebbe stato possibile indurre l´amico americano ad un più saggio e misurato comportamento, riportare la sua azione nel quadro dell´Onu e del diritto internazionale, convincerlo a imporre a Sharon e ai palestinesi la ripresa di un vero processo di pace, con impegni certi (la cosiddetta "road map"). Su nessuno di questi punti vi è stata finora una risposta positiva. Nel caso vi fosse, è nostra opinione che gli europei dovrebbero recuperare un positivo rapporto con Londra ma, per ora, tutti i segni vanno in direzione opposta, proprio perché la determinazione Usa si appoggia su una ideologia d´assalto, le cui premesse sono, del resto, già state esposte da Bush nel famoso documento sulla "Nuova strategia della sicurezza nazionale", presentato il 17 settembre 2002, un anno dopo le Due Torri.
              La seconda strada è quella impersonata da Chirac, Schroeder (e Putin) e si basa su un giudizio, che ci sembra più che motivato, sui rischi altissimi che la strategia preventiva unilaterale comporta e sulla necessità che l´Europa salvaguardi un suo autonomo spazio di manovra politica, di difesa del diritto internazionale, di rapporti col mondo arabo, ispirati alla collaborazione e in primo luogo alla pace con Israele, ma non certo ad una permanente dichiarazione di guerra. Non si tratta affatto di neogollismo, come tanti critici delle posizioni francesi sostengono. Il gollismo si collocò, infatti, tutto all´interno della guerra fredda nella ricerca di una posizione non certo d´equidistanza (l´alleanza politica con gli Usa rimase pur sempre intatta) ma di relativa autonomia, soprattutto sul piano di una propria capacità dissuasiva (la force de frappe). Oggi il contesto è completamente diverso e, se mai una critica va mossa a Chirac, è di non aver fatto tutto il possibile per "europeizzare" con maggiore impegno la sua esigenza di differenziazione dalla deriva impressa ultimamente alla strategia statunitense.
              Il nostro appoggio alla linea franco tedesca è stato criticato, tra gli altri, dal Riformista che, pur da una dimensione editoriale minoritaria, esprime talvolta idee di largo smercio politico a destra come a sinistra. Una di queste idee riguarda il presunto velleitarismo di quanti rifiutano un posto alla tavola di Bush "dove si rifanno i destini del mondo" per abbracciare, invece, la "suggestione neogollista… d´una Europa come polo che tende anche sul terreno militare a controbilanciare la strapotenza americana, un´illusione perché la politica di difesa dell´Europa non avrà mai alcuna possibilità di bilanciare lo strapotere americano". La questione è malposta. Oggi non c´è da difendersi dalla potenza militare sovietica e non c´è alcuna necessità, quindi, d´avere una difesa capace di sostituire, per dimensione e investimenti, quella degli Stati Uniti. Occorre, invece, una forza integrata, più potente dei singoli eserciti nazionali, in grado di rappresentare, ove occorra, la proiezione armata e la capacità di intervento di una politica europea, a un tempo di contrasto al terrorismo ma anche di pace e di cooperazione internazionale.

              Su questo piano si potrà ritrovare il rapporto indispensabile con Londra e, come tutti ardentemente speriamo, con un´America che abbia ritrovato se stessa.