“Commenti&Analisi” La contrattazione? Serve a creare e ridistribuire le risorse (G.Berta)

17/05/2004

17 Maggio 2004


LA LEZIONE DI MELFI: SE IL SINDACATO PERDE LA CAPACITA’ DI NEGOZIARE NASCONO CONFLITTI DIFFICILI DA GESTIRE
La contrattazione? Serve a creare e ridistribuire le risorse

di
Giuseppe Berta

    LA vertenza di Melfi – che per fortuna si è chiusa più rapidamente di quanto alcuni segnali lasciassero presagire – ha rappresentato il sintomo ulteriore del malessere che corrode le relazioni industriali in Italia. Molti hanno interpretato la recrudescenza della conflittualità come un effetto del prolungato scontro sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che ha opposto la Confindustria di D’Amato alle confederazioni dei lavoratori. Certo, le tensioni depositate da una controversia confusa e male impostata in origine hanno pesato sullo stato della contrattazione collettiva, esacerbando elementi di contrasto che diversamente sarebbero rimasti più sottotraccia. Ma c’è da ritenere che, se anche il confronto sindacale non vesse preso quella piega, i momenti di conflitto aperto sarebbero comunque venuti alla luce. La radice degli scioperi di Melfi va ravvisata nella situazione particolare di quella realtà, nelle condizioni retributive delle maestranze, in un’organizzazione del lavoro diffusamente percepita come troppo gravosa, nell’irrigidimento progressivo della dialettica sindacale in fabbrica.
    Ancor prima di Melfi, erano state le agitazioni degli autoferrotranvieri, a cavallo del nuovo anno, anzitutto nel contesto milanese, a rivelare un inceppo nei meccanismi contrattuali e nelle procedure di governo e di risoluzione dei conflitti di lavoro. Nell’uno e nell’altro caso, la protesta dei lavoratori ha lasciato affiorare un deterioramento delle relazioni sindacali che ha trovato il corrispettivo in una perdita di efficacia delle strutture del negoziato.
    Il sistema della contrattazione collettiva sta pagando per il fatto di aver abbandonato il metodo della concertazione centrale fra le rappresentanze del lavoro e dell’impresa e il governo senza averlo rimpiazzato con un differente modello di relazioni industriali. Senza dubbio, la concertazione ha scontato un processo di deterioramento visibile, evidente fin dai giorni del «Patto di Natale» sottoscritto dal Governo D’Alema alla fine del 1998. Tuttavia, restava la necessità di dare luogo a un diverso orientamento, capace di compensarne gli effetti. Invece, alla concertazione è subentrato semplicemente un vuoto, tanto più vistoso perché alla politica concertativa era stata attribuita un’enfasi di vasta risonanza pubblica.
    Può darsi benissimo che la concertazione fosse giunta al capolinea, anche per aver conseguito i risultati maggiori che si era prefissa, e fosse destinata a smarrire i suoi contenuti man mano che si ingrossava l’elenco delle rappresentanze di interesse chiamate a siglare i protocolli d’intesa. Ma il «dialogo sociale» – una formula di per se stessa neutrale e un po’ sfocata – che avrebbe dovuto sostituirla non ha mai assunto consistenza.
    In realtà, l’alternativa poteva semmai consistere in un rilancio della contrattazione dal basso, nei terminali del sistema economico e produttivo, in modo di riportarla a contatto dei problemi del lavoro e delle imprese. Così non è stato, probabilmente per il timore che il decentramento della negoziazione potesse scatenare impulsi centrifughi poco controllabili. Oppure per la difficoltà di identificare nuovi livelli contrattuali e di ridefinire ruolo e spazi degli accordi nazionali di categoria. Il risultato ultimo è stato quindi l’affievolimento della capacità di negoziato e delle forme di rappresentanza sindacale, con l’esito tuttavia di dischiudere la strada al moltiplicarsi dei focolai di conflitto, difficili da gestire una volta che si siano accesi.
    Negli anni della concertazione, inoltre, la capacità contrattuale di imprese e sindacati sembra essersi offuscata e inaridita. Nelle organizzazioni aziendali, il mestiere del negoziatore ha perso rilievo e valore, fino al punto di essere scambiato per una mansione residuale, poco importante dopo il declino delle concentrazioni operaie che predominavano al tempo della produzione di massa. Ma anche nell’ambito sindacale le attitudini a contrattare si sono sbiadite, cedendo il posto alla routine, da un lato, e alle inclinazioni al movimentismo e all’antagonismo sociale dall’altro.
    È tempo allora di riscoprire il significato e l’importanza del metodo della contrattazione. Non si tratta soltanto di uno strumento insostituibile per adattare le persone alle organizzazioni e per creare ambienti di lavoro migliori, più partecipativi e anche più efficienti. Essa serve infatti non soltanto a ridistribuire le risorse, ma anche a crearne di nuove, quando permetta di realizzare una migliore allocazione dei fattori produttivi. E costituisce, infine, anche un mezzo per tenere d’occhio gli universi in mutamento del lavoro e dell’impresa, un compito tanto più delicato e utile nel momento di complessa transizione che attraversa oggi l’industria italiana.