“Commenti&Analisi” La confusione fa 18 – di Giuseppe Berta

21/01/2003




          Il referendum sullo statuto dei lavoratori
                  La confusione fa 18

                  21 gennaio 2003

                  di Giuseppe Berta

                  Sembra proprio che il destino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sia quello di essere una perenne pietra di scandalo per la politica del lavoro italiana. Lo scorso anno lo era per la Confindustria e per il governo, che indicavano aprioristicamente nella sua abolizione il passaggio per conseguire un ampliamento nelle dimensioni delle imprese e dunque una crescita dell’occupazione. Quando ormai la controversia sulla disciplina dei licenziamenti pareva tacitamente accantonata, il referendum promosso da Rifondazione comunista l’ha riportata di prepotenza all’onore delle cronache e della discussione politica, con l’effetto di rinverdire una polemica interminabile e, all’interno della sinistra e di parte del movimento sindacale, dilacerante.

                  Nel corso del 2002, la difesa di questa norma dello Statuto dei lavoratori è stata sostenuta dalla Cgil con la massima intransigenza. Si è detto che essa rappresenta una frontiera essenziale dei diritti sui luoghi di lavoro. Per questa ragione la maggiore confederazione ha gettato tutto il proprio peso nel braccio di ferro con l’esecutivo, dando fiato alla sua capacità di mobilitazione collettiva. Così, l’articolo 18 ha finito col divenire un caposaldo dei diritti legati al principio della «cittadinanza sociale», un po’ alla stregua di altri strumenti fondamentali del welfare, che oggi sono considerati fondamentali per la tutela del mondo del lavoro.

                  Ma se le cose stanno davvero a questa maniera, diventa poi difficile contrastare l’iniziativa di Fausto Bertinotti. Se l’articolo 18 incarna un diritto basilare per i lavoratori, come si fa a sostenere che esso vada applicato soltanto alle imprese oltre la soglia dei 15 dipendenti? Un diritto, se è tale, è per sua natura universale, sicché non si può discriminare tra le forme di occupazione.

                  In realtà, alla base di tutta la confusa discussione che attualmente imperversa c’è un equivoco. I diritti di cittadinanza sociale non possono essere regolamentati una volta per tutte come avviene per gli altri diritti fondamentali dei cittadini, come l’eguaglianza di fronte alla legge e il diritto alla partecipazione politica che si esprime attraverso il voto. Le norme connesse alla cittadinanza sociale sono invece mutevoli, perché tendono inevitabilmente a variare insieme con le condizioni economiche. Il welfare non può essere definito una volta per sempre: al contrario, attende di essere ripensato e rideclinato man mano che la società e l’economia si trasformano e con esse la popolazione.

                  Sotto un’analoga prospettiva va affrontata anche la questione dell’articolo 18. Non si può fare del testo dello Statuto dei lavoratori una sorta di intoccabile carta costituzionale riferita all’universo del lavoro. Quest’ultimo è soggetto a un cambiamento incessante che sollecita una revisione attenta delle regole e delle procedure. Ma si tratta di un compito che non può essere demandato al legislatore soltanto. Il sindacato può avervi un ruolo importante, soprattutto se bada a non separare astrattamente i diritti dei lavoratori dalla dinamica della contrattazione collettiva. Il processo di negoziazione rappresenta ancora uno strumento insostituibile per adattare le persone e le loro attività ai mutamenti che avvengono nella struttura delle imprese e nell’occupazione.