“Commenti&Analisi” La conflittualità non tutela i salari (C.Dell’Aringa)

10/11/2003



      Sabato 08 Novembre 2003

      ITALIA-LAVORO
      Commenti




      La conflittualità non tutela i salari
      La Fiom in piazza contro il contratto sbaglia bersaglio


      di CARLO DELL’ARINGA

      Questa insistenza nel voler tener aperto il contratto dei metalmeccanici fa a pugni con il buon senso di chi ritiene che i problemi su cui il sindacato dovrebbe concentrarsi sono altri, a cominciare dall’andamento dell’economia, alle prospettive occupazionali e alla tenuta stessa del sistema di relazioni industriali. L’economia sta ancora arrancando nel tentativo di rimanere agganciata alla futura ripresa internazionale. Questo tentativo va fatto seriamente e la speranza che questo succeda va coltivata, anche se arrivano continui messaggi che segnalano come il nostro Paese faccia fatica a tenere il passo di crescita dei Paesi più dinamici.

      La nostra produttività è cresciuta poco in questi anni e quindi la nostra competitività ne ha risentito negativamente, a causa di carenze gravi dell’apparato produttivo e a un insufficiente tasso di investimento in ricerca, innovazione e capitale umano. Da parte dei sindacati a queste carenze è stata data una prima risposta con l’accordo di qualche mese fa siglato con la Confindustria su questi temi. A questo accordo dovrebbe seguire un’azione continua e incisiva per convincere Governo, Parlamento e opinione pubblica a prendere coscienza del problema e a rilanciare quel processo di accumulazione a tutto campo, senza il quale non ci sono prospettive di miglioramento consistente e duraturo delle condizioni di vita dei lavoratori. Questo è il nocciolo della questione che dovrebbe stare a cuore al sindacato, e con questo lo sciopero dei metalmeccanici della Fiom c’entra ben poco. Anzi è controproducente. Il nostro apparato produttivo non ha certo bisogno di conflitti diffusi, azienda per azienda, considerate le condizioni in cui si trova. I metalmeccanici hanno avuto con il contratto aumenti simili a quelli negoziati e ottenuti dalle categorie appartenenti alle stesse confederazioni. Se lo scopo, ora, è quello di fare da punta di diamante per rompere la politica salariale seguita in questi ultimi dieci anni, non si poteva scegliere momento peggiore. L’unica variabile economica che tiene in questo momento è l’occupazione. Ormai, si sostiene , siamo entrati in una fase in cui, paradossalmente, c’è occupazione senza avere crescita. Se togliamo anche l’occupazione, non ci rimane più nulla. Quel poco di occupazione in più che il sistema ha prodotto in questi anni, da quando con la Strategia europea per l’Occupazione si è avviato un processo di riforma del mercato del lavoro, un processo ancora in corso, dobbiamo tenercelo caro. Anzi occorre fare ancora di più e meglio, se è vero, come dimostrano tutte le statistiche , che è su questo terreno, insieme a quello dell’istruzione e della ricerca, che le distanze che ci separano dal resto d’Europa sono maggiori. Quel di più di occupazione che sinora abbiamo recuperato è frutto non solo delle riforme del lavoro, ma anche di quella responsabile politica salariale che ci ha permesso prima di entrare in Europa e successivamente di aumentare l’intensità occupazionale della ripresa economica di fine secolo. Lo stesso sindacato sostiene che il nostro sistema di Welfare può essere mantenuto e anche migliorato se si riesce ad aumentare il tasso di occupazione, riducendo i divari territoriali e riportando alla superficie il lavoro nero. Questi sono gli argomenti maggiormente utilizzati per sostenere le proprie ragioni nel difficile confronto sulla riforma delle pensioni. Proprio perché quello delle pensioni è un terreno scivoloso e difficile, il sindacato non può permettersi di giocarsi la credibilità e accentuare le divisioni interne sul tema delle rivendicazioni salariali, rendendole incompatibili con l’obiettivo di alzare in misura significativa il tasso di occupazione, così come ci viene richiesto dalla Comunità europea. È poi strana la modalità con cui si vuole tenere aperto il contratto dei metalmeccanici. Si vogliono recuperare margini di produttività che non esistono a livello nazionale. E sorge il dubbio che questi margini esistano e possano essere sfruttati senza creare problemi occupazionali, nelle aziende che sono state costrette a pagare aumenti extra. Anche se paradossalmente gli effetti sembrano essere gli stessi, e cioè ottenere aumenti differenziati sul territorio (perché è questo che sta succedendo) la riforma del sistema contrattuale che si dovrebbe e che molti auspicano di fare, al fine di renderlo più articolato, dovrebbe rispondere a una logica diversa da quella di strappare aumenti e costringere la controparte a pagare sulla base di una contrapposizione più politica e ideologica, che non negoziale ed economica. È vero, i prezzi crescono e i salari reali soffrono. Ma non si difendono i salari reali, facendo inseguire i prezzi dai salari nominali. Occorre intervenire sui prezzi, migliorando le condizioni di quei mercati che funzionano male e producono rendite. Occorre recuperare quell’impegno che permise alle politiche dei redditi di funzionare, almeno fino a qualche anno fa. Politiche dei redditi, occupazione, innovazione, istruzione, riforma del sistema contrattuale. C’è solo l’imbarazzo della scelta da dove cominciare. Non certo dal contratto dei metalmeccanici, che è stato già firmato.