“Commenti&Analisi” La concertazione tra obiettivi e strumenti – di M.Tiraboschi

11/02/2003



Martedí 11 Febbraio 2003
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 La concertazione tra obiettivi e strumenti


DI MICHELE TIRABOSCHI


Crescita economica equilibrata, qualità del lavoro, partecipazione dei lavoratori, formazione e informazione, norme leggere. Sono questi i temi che Romano Prodi ha posto al centro del suo messaggio di ieri sulla responsabilità sociale delle imprese nel nuovo contesto della economia dell’informazione e della conoscenza. Si tratta di temi importanti, ma certamente non nuovi. Basta leggere il tanto bistrattato Libro Bianco dell’ottobre 2001 per accorgersi che sono proprio questi i pilastri su cui si basavano le proposte del Governo per una società attiva e per un lavoro di buona qualità.
Le parole di Prodi confermano, semmai, la vocazione fortemente europeista del Libro Bianco e anche la capacità dei suoi estensori
di intuire con largo anticipo gli scenari futuri su cui si svilupperà, nei prossimi anni, l’evoluzione
dei rapporti economici e sociali.
Rapporti necessariamente meno conflittuali e sempre più partecipativi; e questo non in virtù di
petizioni di principio e vuote formule ideologiche quanto, più semplicemente, in ragione delle logiche che governano i nuovi modi
di produrre e organizzare il lavoro.
Sarebbe insomma bastato prestare maggiore attenzione al dibattito in corso a livello europeo sul futuro dei rapporti tra imprese e lavoratori per evitare tante inutili polemiche e per avviare un fecondo dialogo con tutti gli attori sociali lungo la strada della modernizzazione del nostro mercato del lavoro.
La carica innovativa del Libro Bianco consisteva, soprattutto, nel perseguire una nuova via per risolvere i tradizionali conflitti di interesse propri dei modi di produzione capitalistici.
I contrasti tra imprenditori e lavoratori – si argomentava, in linea con quanto ora affermato da Prodi – non si risolvono esclusivamente con l’intervento della norma inderogabile di legge, ma neppure con il conflitto e l’antagonismo fine a se stesso.
Solo un sistema di rapporti di tipo partecipativo e collaborativo può infatti consentire di conciliare gli obiettivi di tutela del lavoro con
quelli della competitività e della
inclusione sociale. In questa prospettiva,
il compenso del lavoratore rimane certamente un elemento cardine del rapporto di lavoro, ma
non può più essere l’unico fattore di scambio. Pari rilievo assumono oggi parametri quali la qualità del lavoro, i percorsi di formazione e
di crescita professionale e le tecniche di fidelizzazione dei lavoratori; parametri che assumono rilievo solo in una prospettiva di pieno
coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali e finanziari, in un quadro di vera e propria democrazia economica.
Per questo motivo il Libro Bianco affermava la incompatibilità della logica del conflitto distributivo con le esigenze attuali delle economie europee, che inducono a una più convinta sperimentazione di quelle forme di dialogo
sociale e di partnership per la competitività e l’occupazione di cui è traccia in talune buone pratiche soprattutto a livello locale
(patto Milano lavoro incluso).
Può questo significare, come afferma oggi Prodi, la necessità di una concertazione permanente allargata a tutta la società civile? È ancora una volta il Libro Bianco a dare una risposta equilibrata e coerente rispetto agli assetti evolutivi del nostro sistema di relazioni industriali
e di quello europeo in generale. La concertazione – si legge infatti nel Libro Bianco – non può essere un obiettivo in sé, pur rimanendo uno strumento utile al conseguimento di obiettivi di
volta in volta condivisi tra tutti gli attori sociali e il Governo. La transizione da una politica dei redditi a una più ampia politica per la
competitività e l’inclusione sociale impone tuttavia l’adozione di un metodo di confronto più agile e duttile, tale in ogni caso da consentire
una chiara distinzione delle reciproche responsabilità tra Governo e parti sociali. Vero è
che senza questa distinzione di responsabilità molti degli aspetti più innovativi contenuti nella "legge Biagi" sarebbero probabilmente
rimasti lettera morta ancora per molti anni, alimentando quei fenomeni di destrutturazione strisciante del nostro mercato del lavoro che hanno condotto alla attuale crisi del metodo concertativo.