“Commenti&Analisi” La concertazione può difendere il passato o preparare il futuro (G.Pennisi)

08/06/2004


       
       
       
      Numero 136, pag. 1 del 8/6/2004
      Autore: di Giuseppe Pennisi
       
      La concertazione può difendere il passato o preparare il futuro
       
       
      Pareva finita in soffitta tra gli attrezzi polverosi e malmessi dell’ultimo scorcio del XX secolo. Invece eccola lì: ricompare in pieno fulgore. Il nuovo presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, la pone al centro del suo primo discorso all’assemblea degli associati che lo hanno eletto virtualmente all’unanimità; raccoglie plausi a destra e a manca. Meno di 48 ore dopo, nelle ricostruzioni dell’evoluzione della Fiat, apparse su quasi tutti i giornali nella triste occasione della morte di Umberto Agnelli, riappare come elemento che avrebbe caratterizzato i momenti di maggiore sviluppo di una delle più grandi industrie italiane. Anche nelle Considerazioni finali lette dal governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, è presente in modo suffuso ma pregnante. Di che cosa si tratta? Della signora concertazione entrata da francese nella lingua italiana, figlia degli accordi interconfederali di un tempo (che portarono, per esempio, alla normativa sulla previdenza del 1969, varata in tre settimane dai due rami del parlamento e di cui stiamo ancora tentando di ricucire i cocci) e zia non tanto acquisita del gioco di squadra che il politichese delle ultime settimane ha preso in prestito dal calcio in crisi.

      Sembrava irrimediabilmente uscita dalla comune, per utilizzare il lessico teatrale. L’ultimo tentativo di rentrée era stato il patto di Natale del 1998. La pompa e il belletto non erano mancati, proprio come si addice alle grandi attrici del tempo che fu. Sala Verde a Palazzo Chigi. Tanti brindisi tra i ben 35 firmatari, tra organizzazioni sindacali e datoriali (nonché il governo in carica, proprio ´comme il faut’). La rentrée aveva però avuto poco successo: una serata sola, prima di diventare argomento di interminabili vertenze interpretative e, successivamente, un pezzo di archeologia delle relazioni industriali di cui nessuno voleva riconoscere la paternità.

      Come mai ritorna sulla scena, dopo una fase in cui il suo nipote preferito, tal dialogo sociale, ha assunto il carattere di scontro (si pensi alle vicende sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori)? Che probabilità ha di avere successo?

      Si è tornati alla concertazione non tanto per i risultati dell’accordo del luglio 1993, un protocollo dall’architettura istituzionale e procedurale così complicata che non ha mai avuto altra attuazione che la produzione di montagne di articoli e di libri. Molto più incisivo, anche se ignorato in questi giorni di commemorazioni dirette e indirette della stagione della concertazione, quello sulla politica dei redditi concluso un anno prima, ossia nel 1992; la sua innovazione di fondo, il concetto di inflazione programmata, tirato fuori dal cappello da quello che allora veniva meritatamente chiamato il Dottor Sottile, Giuliano Amato, è ancora uno dei cardini della politica economica del nostro paese ed è stato essenzialmente recepito pure in sede europea. Dietro il rientro della concertazione (nelle sue varie denominazioni) non c’è un disegno strategico vero e proprio ma un motivo essenzialmente tattico: dopo 12 anni di ristagno (o quasi) dell’economia italiana tentare il gioco di squadra, facendovi rientrare in campo quei settori del sindacato che, specialmente negli ultimi anni, si sono dati il ruolo di incanalare la protesta, oppure isolarli una volta per tutte e riprendere le maxi-trattative con gli altri.

      Occorre però intendersi bene su che cosa vuol dire concertazione in questo primo scorcio di XXI secolo. Non siamo più agli accordi interconfederali con cui si tamponavano le tensioni che emergevano alla fine del miracolo economico (nel 1968-69) o a quelli per accendere una lampadina nella lunga notte della repubblica (gli anni 70) oppure ancora ai patti in nome di qualche santo (san Valentino, san Tommaso) della fase in cui, accettati gli accordi di cambio europei, ci si preparava a essere protagonisti in Europa. Tutti questi accordi o patti presupponevano, da un canto, la moderazione salariale e, dall’altro, il diritto di veto dei sindacati sulle grandi scelte di politica economica. Il gioco è cambiato profondamente; lo è anche la squadra, se vuole vincere, quella di oggi non deve scimmiottare quella di ieri.

      Un documento del 1993 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) differenzia acutamente tra concertazione difensiva e concertazione positiva. La prima è a tutela dell’esistente (ove non dell’eterno passato): è destinata alla sconfitta, inevitabile in un mondo in rapido cambiamento. La seconda si prefigge di mutare strutture economiche e regole, esplicite e implicite, in linea con le esigenze dell’integrazione economica internazionale. La concertazione positiva è stata anche alla base dei protocolli di Lisbona approvati dai capi di stato e di governo dei paesi dell’Unione europea (Ue) per indirizzare la politica e la strategia Ue alla crescita tramite la trasformazione tecnologica.

      Concertazione positiva vuol dire andare avanti con le riforme: fatte quelle della scuola e del mercato del lavoro, è urgente dare corpo a quella della previdenza. Vuole anche dire dare la priorità alla ricerca e all’innovazione (anche e soprattutto nei riordini tributari e nei pertinenti riassetti di spesa pubblica). Vuol pure dire fare in fretta con la re-infrastrutturazione fisica e tecnologica del paese. Operare insieme, con gioco di squadra, è senza dubbio preferibile a quelli che vengono chiamati i colpi di maggioranza. Tuttavia, in un mondo che corre chi si ferma è perduta. Lo sarà anche la signora concertazione, se appesantita da ciprie e ceroni, finirà con il fare da rallentatore.

      Una prima prova si ha il 9 giugno quando le parti sociali si riuniscono sulla politica di occupazione. È una cartina di tornasole importante per comprendere di quale concertazione si sta parlando. (riproduzione riservata)

      Giuseppe Pennisi