“Commenti&Analisi” La Cgil non prenda esempio dalla Cgt francese (G.Pennisi )

17/07/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
168, pag. 4 del 17/7/2003
Giuseppe Pennisi


Indennità di disoccupazione.

La Cgil non prenda esempio dalla Cgt francese

L’estate calda che sta attraversando la Francia è da settimane tema di cronache e corrispondenze sulla stampa italiana. A un’ondata di scioperi in servizi pubblici essenziali (soprattutto trasporti) nei confronti del disegno di legge governativo di equiparare alcuni parametri del sistema previdenziale per i fonctionnaires a quello in vigore per i lavoratori dipendenti ha fatto seguito un’ondata di scioperi (e di violenze).

Dopo l’accordo interconfederale sulle indennità di disoccupazione per i ´lavoratori intermittenti’, la seconda ondata ha portato alla chiusura di quasi tutti i festival estivi e probabilmente all’inizio di procedure giudiziarie per fallimento dei due di maggior prestigio (Avignone e Aix-en-Provence). Dall’Italia l’estate calda francese viene guardata con il cannocchiale. Nonché con un pizzico di ironia: mal comune mezzo gaudio in tema previdenziale, e dirottamento del turismo culturale verso il Belpaese in materia di sipario abbassato sui festival.

Ci sono però lezioni importanti su cui riflettere. Il vostro chroniqueur ha (da 35 anni) una moglie francese e passa parte dell’anno tra Aix-en-Provence e la Borgogna. Quindi ha informazioni e analisi di prima mano con cui aiutare la riflessione.

La prima riflessione riguarda l’equità. Tanto nella vertenza previdenziale quanto in quella degli intermittenti, l’equità è in ballo ancora più dell’efficienza. Da sempre alcune categorie di dipendenti pubblici (funzionari delle amministrazioni centrali, magistrati) hanno privilegi previdenziali a carico (in un sistema a ripartizione) del settore privato (imprese e loro dipendenti). La ragione iniziale erano i bassi salari e i lunghi orari di lavoro nel pubblico; da dieci anni i dipendenti pubblici guadagnano mediamente più dei dipendenti privati e si applica pure a loro la settimana lavorativa di 35 ore.

Equità richiedeva equiparazione: bene hanno fatto governo e Assemblea nazionale a non farsi intimidire e ad approvare la riforma nel giro di tre settimane. Sessantamila lavoratori del privato hanno marciato sugli Champs Elysées a favore della riforma.

Ancora più seri i problemi di equità in materia di indennità di disoccupazione, i cui fondi (sia esazione sia erogazione) sono gestiti da enti bilaterali amministrati da rappresentanti delle imprese e dei sindacati. Gli intermittenti sono una categoria che per ora esiste solo in Francia (e in parte in Belgio) e avrebbe dovuto riguardare principalmente gli artisti in quanto lavorano a scrittura: avevano un regime in base al quale bastava lavorare 507 ore (ossia circa tre mesi) l’anno per avere indennità di quasi 1.000 euro al mese per il resto dei 12 mesi.

Gli abusi pullulavano: in tre anni il numero degli iscritti alla cassa intermittenti è raddoppiato, si è accumulato un deficit di 1 miliardo di euro coperto (per 77 euro a testa l’anno) dai lavoratori dipendenti del settore privato.

Il 27 giugno è stato raggiunto un accordo fra tre delle cinque maggiori confederazioni sindacali francesi e la Confindustria d’Oltralpe in base al quale si mantiene il limite delle 507 ore ma si riduce da 12 a 10 mesi il periodo di riferimento. In breve, una modesta restrizione per tentare di cominciare a portare ordine nel pasticciaccio brutto del comparto.

È contro questo accordo che si è scatenata la loro colère, utilizzando pure eloquenti e ´democratiche’ spranghe di ferro per impedire di alzare la bacchetta a musicisti del rango di Pierre Boulez.

La seconda riflessione riguarda il ruolo del sindacato. A difesa dei privilegi e dei fonctionnaires e degli intermittants si è levata soprattutto la Cgt (cugina della nostra Cgil). Nella battaglia di Avignone e di Aix si è associata con un mondo variopinto di no-global, centri sociali, fondamentalisti islamici, sans papiers di ogni genere e (secondo la polizia francese) anche delinquenti comuni presi per strada perché abili a utilizzare spranghe e mortaretti. Lo scopo, sin troppo evidente, era quello di dar vita a una nuova Genova (il motto che si leggeva su alcuni cartelli).

Come sono lontani i tempi in cui Malraux era iscritto alla Cgt francese e in Italia Di Vittorio indicava la difesa dell’equità e della cultura come primi obiettivi del sindacato. L’equità è stata mandata a farsi benedire; la difesa di chi abusa delle regole contro chi lavora per davvero si è trasformata in una battaglia che ha fatto scendere il sipario sulle maggiori manifestazioni culturali per il paese. La Cgil faccia attenzione: se segue la strada della cugina d’Oltralpe si porrà a tutela dei privilegi (e contro i lavoratori) e si troverà sempre più emarginata.

La terza riflessione riguarda ancora la Cgil. Da mesi parlamentari vicini alla Confederazione stanno promuovendo in Italia una proposta di legge che introduca anche da noi un regime di lavoro intermittente (con alte indennità di disoccupazione) analogo a quello che tanti danni ha arrecato in Francia.

L’Italia è già il paese con 3,5 milioni di pensionati d’invalidità (in una regione, il Molise, il 13% della popolazione, neonati compresi, è invalida, previdenzialmente parlando). Rischiamo di diventare anche quello con 1 milione di intermittenti impiegati per tre mesi l’anno e con 1.000 euro al mese di indennità negli altri nove. A spese di chi lavora e di chi produce. E alla faccia loro.