“Commenti&Analisi” La Cgil compie cent’anni. O forse no (P.Ichino)

26/09/2005
    sabato 24 settembre 2005

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      ANNIVERSARI

        La Cgil compie cent’ anni. O forse no

          di Pietro Ichino

            Ma è davvero il caso di parlare di un «centenario» della Cgil? Tra la Confederazione Generale del Lavoro, fondata nel 1906 per iniziativa del sindacato dei metallurgici, e la Cgil, fondata nel 1944 da Buozzi, Di Vittorio e Grandi come casa comune delle correnti sindacali socialista, comunista e cattolica, c’ è una profonda differenza. Quello nato agli inizi del secolo era un sindacato socialista che, pur con qualche venatura laburista, si prefiggeva esplicitamente la lotta contro il capitalismo. Il sindacato voluto unitariamente dal Pci, dal Psi e dalla Dc nel fuoco della Resistenza nasceva invece per contribuire alla ricostruzione di un Paese devastato e per dare voce in esso a tutte le componenti del movimento operaio; nel suo statuto non si parlava più di lotta di classe, come nel 1906, ma di attuazione della Costituzione repubblicana. Quella «i» aggiunta nella sigla – formalmente per fondere l’ acronimo della Cgl con quello dell’ antica confederazione cattolica Cil – stava in realtà a significare una diversità profonda nella natura, oltre che nello scopo, della nuova confederazione.

            Negli anni immediatamente successivi le cose andarono come si sa: nel 1948 i cattolici e i laico-socialisti se ne andarono per dar vita a quelle che sarebbero diventate di lì a poco la Cisl e la Uil. Ma nonostante quelle scissioni la Cgil di Di Vittorio conservò il suo dna originario resistenziale. Per tutti gli Anni ‘ 50, nei quali governo e industriali perseguivano con ogni mezzo la sua espulsione dal tessuto produttivo, la Cgil non solo conservò una linea di moderazione salariale e, più in generale, di compatibilità della propria iniziativa con le esigenze di stabilità e crescita del Paese; ma soprattutto mantenne la porta aperta ai «fratelli separati». Ed era un’ apertura reale, nutrita di un ecumenismo sindacale profondo e radicato. L’ unità di azione con Cisl e Uil arriverà poi negli Anni ‘ 60, per portare a un passo dall’ unificazione organica all’ inizio dei ‘ 70. In quegli anni le divergenze tra Cgil e Cisl nella concezione del sindacato e del suo rapporto con i lavoratori sembravano davvero del tutto superate.

            Questa vocazione unitaria e fondamentalmente cooperativa nei confronti del sistema-Paese – nonostante i toni conflittuali talora prevalenti al livello aziendale – riemerge con forza nella Cgil di Lama, nel pieno della crisi economica della seconda metà degli Anni ‘ 70, poi ancora con la firma del protocollo Scotti del 1983; e, pur tra alterne vicende, rimane viva fino ai grandi accordi del 1992 con il governo Amato e del 1993 con il governo Ciampi, che salvano l’ Italia dal disastro. Ma già allora si avvertono i segni di una trasformazione che sta maturando: non è casuale che Bruno Trentin, subito dopo la firma del primo di quei due accordi, debba dimettersi da segretario generale. Poi, nel corso dell’ ultimo decennio, la vocazione unitaria sembra progressivamente spegnersi.

            Come per una mutazione genetica, nella Cgil affiora e via via si rafforza l’ anima di un sindacato che all’ unità con gli altri preferisce la difesa della propria identità: quando nel 1996 e nel 1997 il segretario della Cisl D’ Antoni offre di aprire la fase costituente di un nuovo sindacato unitario e la Uil di Larizza gli si affianca, la Cgil di Cofferati si ritrae come spaventata da quella prospettiva, anche perché la sua ala sinistra minaccia altrimenti la scissione. Quanto alla politica economica, già nel giugno 1996 una clamorosa sortita della Cgil contro le scelte del neo-costituito governo Prodi in materia di politica dei redditi è la spia di una nascente ostilità verso il metodo della concertazione tripartita; ostilità che è destinata naturalmente a rafforzarsi con il cambio di maggioranza del 2001; da allora il gioco sistemico dello scontro con il governo di centro-destra ha l’ effetto di accelerare la mutazione e di esaltare l’ alterità tra Cgil da un lato, Cisl e Uil dall’ altro.

            Forse il senso del «centenario» è proprio questo: la Cgil sta perdendo la «i» che si era data nel 1944; sta tornando alla Cgl orgogliosamente socialista, che vedeva capitale e lavoro come due entità naturalmente e inconciliabilmente contrapposte. Se questa è la sua scelta, essa è degna del massimo rispetto; perché nessuno può dire in astratto quale dei modelli di sindacalismo porti risultati migliori per i lavoratori, se quello conflittuale o quello cooperativo: dipende in gran parte dalla qualità – soprattutto affidabilità e competenza – del management che sta dall’ altra parte. Se questa, dunque, è la scelta della Cgil, non è più tempo di unità sindacale nel senso in cui se ne è parlato fin qui. La sola unità possibile e auspicabile tra Cgil, Cisl, Uil e tutti gli altri sindacati può consistere in un’ intesa tra loro per darsi una cornice, entro la quale modelli di sindacalismo diversi possano confrontarsi apertamente, rispettandosi e senza paralizzarsi a vicenda.

            Qui ha ragione la Cgil, con o senza la «i»: l’ unità del movimento sindacale oggi non può esprimersi altrimenti se non nel darsi la regola per cui, in caso di dissenso insanabile, contratta con pieni poteri il sindacato che nell’ azienda o nel settore ha la maggioranza dei consensi; e gli altri si impegnano a rispettare le sue scelte.