“Commenti&Analisi” La campana tedesca suona per i sindacati italiani (S.Cingolani)

18/10/2004

            lunedì 18 ottobre 2004
            CONCERTAZIONI. OGGI IL VERTICE CGIL-CISL-UIL –
            di STEFANO CINGOLANI
            La campana tedesca suona per i sindacati italiani
            Il costo del lavoro va ridotto: trovate voi il metodo

            Il giorno dopo l’annuncio che General Motors taglierà 12 mila posti di lavoro, la maggior parte alla Opel, il governo tedesco ha incontrato il management del gruppo e i sindacati. Al termine, Wolfgang Clement, ministro dell’Economia, ha dichiarato che «tutto questo mette in discussione la posizione della Germania come luogo dove fare business. Il processo di modernizzazione che abbiamo cominciato, deve continuare». Gerhard Schroeder ha spiegato che l’obiettivo centrale della riforma è ridurre i costi del lavoro. Gli oneri sociali pesano per circa il 42%, quindi le imprese pagano troppo e i lavoratori guadagnano troppo poco. Un effetto ben noto in Italia dove la busta paga è simile nella sua struttura (anche se meno ricca). Opel è solo l’inizio e la crisi non si ferma all’industria. In alcuni grandi gruppi sono già stati sottoscritti accordi sindacali i quali, per difendere l’occupazione, concedono orari di lavoro più lunghi a parità di salario. Insomma, sia la Spd (il partito socialdemocratico al governo) sia la Dgb (la confederazione dei sindacati) si rendono conto che, di fronte alla competizione mondiale, il cuore produttivo dell’Europa deve cambiare i suoi comportamenti, le sue regole, le sue leggi.

            Cgil, Cisl e Uil si riuniscono per trovare una base comune e rilanciare il confronto con la Confindustria, ma hanno capito che la campana tedesca suona anche per loro? E non solo perché la crisi Gm si ripercuote inevitabilmente anche sulla Fiat, ma perché nemmeno l’Italia è più un paese dove fare business. Il punto vero del rapporto con Confindustria è esattamente lo stesso annunciato da Clement: ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto, rendere il mercato del lavoro competitivo. E’ questo il patto dei produttori? Non ci importa tanto il nome della cosa, preferiamo capire meglio la cosa in sé.


            Non vogliamo entrare in una discussione sindacalese sui livelli contrattuali e sulla loro riforma. Lo schema Cgil appare più semplice (contratto nazionale e contratto aziendale), mentre la Cisl resta attaccata a un modello territoriale legato all’era dei distretti che si sta chiudendo con una razionalizzazione di mercato (aziende vincenti che vogliono uscire dai distretti e aziende perdenti che decadono). Ma la Cgil lascia al negoziato aziendale solo aspetti marginali, concentrando il più possibile sul contratto nazionale. Dunque, un sistema nei fatti troppo rigido che non risponde all’esigenza di articolare al massimo salario, orario, organizzazione del lavoro.


            Forse Cgil, Cisl e Uil troveranno una mediazione (ce lo auguriamo). Forse, dopo il messaggio inviato da Guglielmo Epifani alla Fiom, il contratto chiave, quello dei metalmeccanici, sarà unitario (ce lo auguriamo). Ma quel che manca ai sindacati italiani è la stessa consapevolezza dei sindacati tedeschi. Prendiamo il documento scritto dalla Cgil come contributo al programma dell’Ulivo. Per un terzo è dedicato ai guasti del governo Berlusconi (tra i quali la «controriforma previdenziale»), per un altro terzo a «pace, guerra e democrazia globale». Ma il punto chiave è «la valorizzazione del lavoro». Che recita: «Occorre ridare centralità al contratto a tempo indeterminato facendo della flessibilità un’eccezione e non la regola… Occorre allargare l’area delle tutele… Occorre contrastare le forme di parcellizzazione e frantumazione dei cicli produttivi…». In altre parole, occorre introdurre lacci e lacciuoli. La «nuova politica dei redditi» è sostanzialmente redistributiva, manca un legame con la produttività. Il sistema fiscale deve «rispettare il principio della progressività anche in campo patrimoniale», ma non è una leva per aumentare la competitività e rilanciare l’economia. Insomma, è come se i cambiamenti avvenuti in questo quarto di secolo fossero una parentesi controrivoluzionaria da chiudere per tornare all’età dell’oro. E non una trasformazione strutturale e irreversibile del modo di lavorare e produrre.


            Molto più consapevole di questa frattura storica, è l’articolo di Savino Pezzotta sul Sole 24 ore. «Per lungo tempo – scrive il segretario della Cisl – il sindacato è stato un soggetto egemone e il rappresentante dei ceti sociali meno abbienti. Oggi non è più così… Non è più il rappresentante esclusivo delle debolezze sociali… Cambia l’articolazione del mondo del lavoro e i soggetti che vi operano che non sono più classificabili sotto il solo schema del lavoro subordinato… Cambiano le imprese… Il capitalismo dell’era della globalizzazione è molto più mobile». Insomma, il discorso sul metodo è sociologico, ma corretto per definire quello che il segretario della Cisl chiama «riformismo sindacale». Manca ancora un discorso sul merito. La Cisl vuol seguire la Dgb? E la Cgil, al contrario, vuole organizzare la resistenza sociale al «piano del capitale»? Può sembrare una rappresentazione troppo radicale delle divisioni tra i due maggiori sindacati, ma è il vero dilemma che bussa alla porta, come la statua del Commendatore.