“Commenti&Analisi” L.Festa: Riformisti, non è peccato riconoscere i progressi sul lavoro

12/06/2003



      Giovedí 12 Giugno 2003
      ITALIA-POLITICA


      Riformisti, non è peccato riconoscere i progressi sul lavoro


      DI LODOVICO FESTA
      Luciano Gallino ha attaccato con asprezza il decreto legge sul lavoro approvato dal governo Berlusconi. Le sue critiche non stupiscono. Da tempo questo studioso di organizzazione del lavoro sostiene come ogni intervento che introduca più flessibilità crei insieme nuove forme di emarginazione sociale.
      Se è opportuno chiedere a Gallino una qualche sorveglianza sui toni, è anche giusto considerare la coerenza di chi come lui su questi temi ha criticato anche i governi di Centro-sinistra. Di taglio assai diverso sono le critiche di due studiosi come Pietro Ichino sul Corriere della Sera e Tito Boeri sulla Stampa. Si tratta di due tecnici che si battono per soluzioni nettamente riformiste e che hanno sempre appoggiato gli sforzi di cambiamento.
      Ichino critica innanzi tutto l’eccesso di enfasi sul provvedimento: le scelte fondamentali erano state già compiute nel ’97 e nel ’98 da Tiziano Treu, con il governo Prodi, e l’ultimo decreto non farebbe che «perfezionare», «riprendere», «trasformare in atti legislativi provvedimenti amministrativi già in atto». E, poi, Ichino alla fine dà la sua stoccata: in realtà il nuovo provvedimento, introducendo sia pure in modo non ancora definito, una sorta di contribuzione per i cosiddetti co.co.co non fa che frenare la flessibilità già in atto.
      Allo scopo di fare cassa, aggiunge Ichino.
      Per Boeri è tutta l’impostazione che è sbagliata, il problema è modificare la rigidità dei contratti dei lavoratori a tempo indeterminato.
      Mentre la via scelta non fa che moltiplicare le forme contrattuali esistenti che passano da 38 a 44, scoraggiando gli investitori stranieri che non si orienteranno in questa giungla.
      Per la loro parte, poi, i provvedimenti sui co.co.co non faranno che far sviluppare nuove scappatoie come gli «as.pa», gli associati in partecipazione che non pagano i contributi.
      Di fronte a queste posizioni, non si sa se essere ammirati dal fervore riformista dei due studiosi o perplessi per la scarsa generosità con cui giudicano l’opera del governo. Per perfezionare, riprendere, trasformare in leggi il pacchetto Treu del ’97 (ma in realtà il pacchetto Biagi approvato è più ampio e articolato), l’Esecutivo ha affrontato due scioperi generali, qualche milione di persone in piazza, la spaccatura con radicalizzazioni annesse tra i principali sindacati. Senza parlare del sacrificio di due tecnici come Massimo D’Antona e Marco Biagi. Il disegno Treu, senza dubbio, conteneva obiettivi qualificati. Ma aveva un limite: era stato bloccato.
      Così è assai pertinente la critica di Boeri che il cuore della soluzione sarebbe quella di toccare le rigidità del lavoro a tempo indeterminato. Forse, però, scendendo dall’empireo delle idee alla realtà dei rapporti di forza, andrebbe constatato quanto sia stato complesso conquistare le liberalizzazioni del mercato del lavoro appena approvate, ancora un po’ periferiche ma decisive (e non si preoccupi Boeri dei troppi tipi di contratto: la privatizzazione della gestione del mercato del lavoro darà agli investitori stranieri tutta l’assistenza necessaria). L’obiezione, infine, di Ichino sulla regolarizzazione dei co.co.co è impropria. Il vero riformista deve dare soluzioni magari un po’ costose ma chiare: le scappatoie (come l’invenzione dei co.co.co. per sfuggire ai veti della Cgil), i "falsi" lavori autonomi continuerebbero a tenere in vita l’Italia che si arrangia, non quella che riforma.
      Entriamo in una stagione in cui lo scontro sulle riforme (pensioni, struttura della spesa pubblica, investimenti) decideranno il rilancio o il declino del nostro Paese. La frusta della critica riformista sarà utilissima se si abbatterrà sulle vere posizioni di conservazione nella maggioranza o nell’opposizione, in questa o in quella forza sociale, in questo o in quel centro di ricerca, non se verrà utilizzata narcisisticamente per soddisfare il proprio ego, sia pure emerito.