“Commenti&Analisi” Italia e salari: paradosso a tre facce (L.Paolozzi)

28/09/2004


            martedì 28 settembre 2004

            sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pag: 1 e 10
            Vincoli alla crescita / Poca occupazione, spesa previdenziale, carico fiscale
            Italia e salari: paradosso a tre facce
            Welfare arretrato fonte di disagio

            LUCA PAOLAZZI

            Retribuzioni più alte. Per risolvere la «questione salariale». Che in Italia viene estrapolata dal contesto di lenta crescita (vero nodo che soffoca il benessere) dell’intero sistema economico ed è ridotta a un semplice problema di ampiezza del potere d’acquisto della singola busta paga. Da questa impostazione scaturisce la risposta di rivendicare corposi incrementi retributivi, a cominciare dal settore pubblico.
            Così però si ignorano completamente altri tre aspetti, molto più rilevanti sia nel determinare la fetta di reddito nazionale che va al lavoro dipendente che per tracciare il futuro sviluppo del Paese: il basso tasso di occupazione; la qualità del welfare; il cuneo fiscale. Sono tre variabili che bene evidenziano il paradosso italiano di essere una tra le nazioni più avanzate in termini di Pil totale e pro-capite e al contempo di collocarsi tra le più arretrate nelle istituzioni che regolano il mercato del lavoro e dunque la fonte prioritaria del reddito delle famiglie. Sono anche strettamente legate tra di loro. Esaminiamole, mettendone in risalto i nessi, e poi riflettendo sul collegamento con il nuovo modello di crescita e diffusione del benessere.

            1. Il tasso di occupazione italiano è il più basso dell’Unione europea pre-allargamento. Nel 2003 si è collocato al 56,1%, contro il 64,4% Ue15; questo significa che appena una persona su due in età di lavoro (compresa tra 15 e 64 anni) ha un impiego, mentre nella media europea sono due su tre e nelle nazioni più avanzate sono tre su quattro. Con questi dati l’Italia si pone ai livelli dei Paesi meno progrediti tra quelli che sono appena entrati nella Ue: solo Polonia e Malta, infatti, hanno un tasso di occupazione inferiore. Siccome in pochi lavorano, il reddito delle famiglie italiane è vincolato crucialmente dalla retribuzione di quei pochi. Se a questo dato aggiungiamo il fatto che l’Italia conserva il primato dell’occupazione indipendente, come quota dell’occupazione totale, ciò accresce ancor più la rilevanza della busta paga individuale nel determinare la quota di reddito nazionale che va ai dipendenti.

            Il basso tasso di occupazione è in gran parte spiegato dal lato femminile (ma anche quello maschile è relativamente ridotto): 42,7%, contro il 56,1% dell’Ue15. E gran parte di questo divario può essere riportato al limitato ricorso al part-time: appena il 17,3% delle lavoratrici, la metà della media europea. Ma è difficile immaginare un innalzamento di queste percentuali se il welfare italiano non interviene a migliorare i servizi alla famiglia.

            2. Il welfare italiano non è, per dimensione, molto diverso da quello delle altre nazioni europee. Gli ultimi dati comparabli si riferiscono al 2001 e davano una spesa sociale italiana pari al 25,6% del Pil, contro il 27,5% dell’Ue15. Il Regno Unito, che per molte problematiche del lavoro viene considerato un benchmark, destinava il 27,2% del Pil al welfare. Il dramma è che da noi quasi i due terzi della spesa sociale se ne va in pensioni, contro meno della metà in Europa, mentre sono ridottissime le risorse destinate alla famiglia e ai figli, ai sussidi di disoccupazione, agli aiuti per l’alloggio. Ciò penalizza la mobilità tra lavori e sul territorio e scoraggia le donne dalla ricerca di un impiego. Più che essere tagliato, il welfare italiano ha urgente bisogno di essere ricomposto; anche senza considerare la prospettiva dell’invecchiamento della popolazione. Una ricomposizione che non può avvenire accrescendo la spesa nei capitoli sociali cui sono destinate meno risorse, per almeno una buona e banale ragione: non c’è alcuno spazio nei conti pubblici per aumentare le uscite.

            3. Il disagio sale se si osserva che il lavoro dipendente vede sottratto dal prelievo fiscale e parafiscale quasi metà del reddito generato. Tenuto conto dell’Irap, infatti, il cuneo tra costo del lavoro e retribuzione netta è pari a oltre il 48 per cento. Le imprese, cioè, pagano due e "comperano" uno. Questo cuneo è tra i più elevati delle nazioni europee, allineato con quelli di Germania, Francia e Svezia, che però offrono servizi sociali adeguati, e molto più alto di quelli inglese e spagnolo. Il confronto peggiora per l’Italia se si guarda il cuneo fiscale che colpisce la retribuzione di un lavoratore sposato e con prole, proprio perché le altre nazioni europee sono più attente nel tutelare il reddito familiare.

            Ora, da cosa dipende il benessere di una famiglia? Dalla capacità dei suoi membri di guadagnare con il lavoro un reddito, al netto di imposte e contributi, che consenta di acquistare beni offerti in concorrenza, ossia a prezzi calanti e qualità crescente. Una parte rilevante di questi beni deve essere prodotto dalla nazione (altrimenti non ci sono i posti di lavoro). Dunque, la tutela del benessere familiare passa attraverso la difesa della competitività. Che significa mobilità, formazione, ricerca, innovazione, efficienza nei costi.

            I tre aspetti del mercato del lavoro italiano esaminati sopra rendono il reddito familiare e la competitività del Paese più vulnerabili. A maggior ragione ora che, come ha scritto sul Corriere della Sera Tommaso Padoa-Schioppa, la tutela sociale è sempre meno incentrata sulla considerazione dei cittadini come produttori. La concorrenza internazionale e l’innalzamento del reddito medio hanno ormai imposto un modello di società che fa perno sui cittadini come consumatori. Che è poi l’altra faccia del benessere familiare. Delimitare la soluzione della questione salariale alla pura rivendicazione retributiva fa parte del vecchio modello e non aiuta a sostenere il benessere di lungo periodo degli stessi lavoratori.