“Commenti&Analisi” Italia al palo, Germania e Francia vedono la ripresa (S.Lepri)

28/07/2004


            mercoledì 28 luglio 2004

            Italia al palo, Germania e Francia vedono la ripresa
            L’Ocse avverte: «Produttività nazionale in calo». E anche l’export fatica

            analisi
            Stefano Lepri

            ROMA
            E’ già arrivata, no, non ancora, arriverà tra poco… Mentre in Italia ogni nuovo dato sull’economia viene rivoltato da tutte le parti per capire quanto sia buono e quanto sia cattivo, oppure tirato in qua e in là per dimostrare tesi prestabilite, in Francia e in Germania la ripresa si vede a occhio nudo. In entrambi i Paesi a cui si attribuiva la stessa malattia dell’Italia, gli indici puntano verso l’alto.

            Ieri a Parigi il primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin ha alzato da 1,7% a 2,3% la previsione di crescita del prodotto lordo per quest’ anno (il dato di consenso tra gli economisti è 2,2%). In Germania i «cinque saggi», economisti che consigliano il governo, hanno elevato la previsione 2004 a 1,8%, e ieri il presidente della Bundesbank Axel Weber ha confermato: «Va meglio di quanto ci aspettavamo». Il più recente auspicio del governo italiano è 1,3%. La differenza è notevole. Ed è ancora più preoccupante se si pensa che compaiono i primi segni di rallentamento della ripresa mondiale. America e Asia stanno cominciando a «tirare» meno.


            Quando il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco l’altra sera ha mostrato alle parti sociali un grafico che mostrava i divergenti andamenti della produzione industriale in Francia Germania e Italia, il presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo lo ha giudicato assai significativo. Facendo cento l’anno 2000, le industrie italiane oggi producono meno di 98, quelle francesi e tedesche attorno a 101. L’effetto della perdita di competitività è evidente.


            Dati freschi di ieri illustrano bene la situazione. Fa sapere l’Isae che la fiducia delle imprese manifatturiere è cresciuta un poco in luglio, a 95 da 93,5, e con una punta in Lombardia che è un’area chiave, dove riesce a superare quota 100; ma il segno buono è controbilanciato dal ridimensionarsi delle aspettative di produzione per i prossimi mesi, «che potrebbero risentire negativamente delle ipotesi di un graduale rallentamento della ripresa internazionale nel secondo semestre dell’anno» come pure «dell’incertezza che caratterizza il quadro interno» dell’Italia.


            Nel frattempo le famiglie restano pessimiste, su livelli storicamente bassissimi, i peggiori degli ultimi otto anni: in luglio l’indice di fiducia dei consumatori continua a scendere nel Nord-Ovest, nel Centro e nel Mezzogiorno, risale solo al Nord-Est. Anche i consumatori tedeschi sono pessimisti, continuano a comprare poco; ma le officine della Germania stanno lavorando a pieno ritmo per l’export, +11,8% in maggio, con previsioni al +10-11% o oltre per l’intero anno, +14,2% gli ordini per i prossimi mesi.


            Da noi, ieri l’Istat ha comunicato che nel primo semestre verso i Paesi fuori dall’Unione europea l’export è cresciuto solo del 6%, l’import del 4,3%. E se l’Italia non riesce vendere adesso che Stati Uniti e Paesi asiatici comprano a tutt’andare, quando ci riuscirà mai? Per l’appunto, gli economisti si preoccupano già che il traino dell’export oltremare si affievolisca l’anno prossimo: cosicché, nell’alzare le previsioni di crescita per quest’anno, le hanno abbassate per il prossimo, a 1,5% per esempio la Dihk, equivalente delle nostre Camere di commercio.


            Anche il rapporto Ocse sull’area euro uscito ieri (che segnala come la crescita di Eurolandia quest’anno si fermerà all’1,6% e chiede ai governi di ridurre i loro deficit di bilancio) individua differenti andamenti tra i tre grandi Paesi che condividono la stessa moneta: negli anni scorsi una «persistente debolezza» ha caratterizzato Germania e Italia, meno la Francia; ora in Germania è all’opera il fattore compensativo di un guadagno di produttività, seppure finora «troppo debole per far uscire l’economia dalla stagnazione», mentre «l’Italia ha addirittura perso produttività».


            Non si scorge più quindi il «mal comune» con Germania e Francia volentieri rimarcato dal precedente ministro Giulio Tremonti. E naturalmente «in una Europa che cresce poco non possiamo permetterci di segnare il passo di fronte ai due principali concorrenti» nota Montezemolo. Il problema è posto, nei suoi termini crudi. Tanto più se nei confronti della futura dinamica della ripresa internazionale si è peccato finora di «euforia previsiva» come sostiene il responsabile del Centro studi Confindustria Paolo Garonna, e per il 2005 i numeri andranno calati
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