“Commenti&Analisi” Invece del Che fare, la Cgil scrive il Che disfare (P.C.Padoan)

13/10/2004
          il nuovo Riformista
              martedì 12 ottobre 2004

              ERRORI.GERMANIA E FRANCIA INSEGNANO:L ’INCERTEZZA FRENA L ’ECONOMIA
              di PIER CARLO PADOAN
              Invece del Che fare,la Cgil scrive il Che disfare

              Invece che discutere su cosa fare una volta al governo negli ultimi tempi il centro
              sinistra (o, quanto meno, una parte di esso) sembra più impegnato a discutere sul cosa disfare delle riforme varate dal governo in carica. Indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sulle singole riforme, una simile strategia rischia di essere controproducente per il centro sinistra e dannosa per il paese. E per due ragioni. La prima è che sottoporre il paese a un nuovo, esteso, mutamento delle regole che governano aspetti fondamentali della vita di tutti aumenterebbe l’incertezza per il futuro e l’avversione al rischio, contribuendo a tenere depresso il grado di fiducia di
              famiglie e imprese con evidenti conseguenze negative per la crescita. La seconda è
              che un governo, qualunque governo, dispone di un capitale politico limitato e quindi
              sarebbe opportuno impiegarlo in quelle riforme che finora non sono state fatte ma
              che sono fondamentali per dare al paese la scossa per riprendere la crescita.

              Non bisogna andare lontano per accorgersi di queste cose. Basta guardare agli altri paesi europei. Francia e Germania fino all’anno scorso condividevano con l’Italia il
              ruolo di tartarughe della crescita. Negli ultimi mesi, e presumibilmente nell’anno a
              venire, la Francia, però, cresce di più, trainata, a differenza che in Germania, dalla domanda interna e in primo luogo dalla spesa per consumi. Il meccanismo è stato apparentemente semplice. Le famiglie hanno cominciato a diminuire l’elevato livello di risparmio perché hanno superato lo “shock” delle riforme delle pensioni e della
              sanità introdotte l’anno precedente. Fino a che aveva prevalso l’incertezza sul futuro della spesa legata all’invecchiamento il risparmio precauzionale era rimasto elevato (su livelli inusuali per la Francia) e la domanda ne aveva sofferto. In Germania, invece, questo non è ancora successo. Malgrado il governo continui nella sua «strategia 2010» che coinvolge pensioni e mercato del lavoro, la dialettica politica e sindacale rende ancora incerte la prospettive per molte famiglie tedesche, che preferiscono risparmiare una elevata fetta del reddito per proteggersi dal futuro. Una lezione che si può trarre da questi due esempi (ma se ne potrebbero fare molti altri) è che le riforme hanno due effetti sulla crescita. Un effetto diretto, in quanto riallocano risorse verso usi diversi, e un effetto indiretto in quanto influenzano le aspettative di imprese e famiglie per il futuro e quindi le loro decisioni di spesa. Il
              primo effetto, di solito, richiede tempo per trasformarsi in maggiore crescita. Ma questo tempo può ulteriormente allungarsi se la direzione della riallocazione rimane indeterminata. La strategia più desiderabile sarebbe di avere “buone” riforme, che riallocano risorse in modo efficiente, e riforme “rapide e certe”, anche se dolorose per alcuni strati della popolazione.

              Veniamo al secondo aspetto. I processi di riforma seguono percorsi molti diversi
              a seconda delle realtà nazionali e istituzionali. Ma presentano anche un tratto
              comune. I paesi che hanno beneficiato di più dalle riforme sono quelli in cui, prima
              o poi e sia pure con sequenze diverse, si sono liberalizzati i mercati dei prodotti,
              dei servizi (compresi quelli finanziari) e del lavoro. E’ stata la interazione delle
              riforme a produrre più crescita e dove il processo è stato portato avanti a metà la
              crescita non è decollata. Di nuovo gli esempi sono numerosi.Tutti sono d’accordo
              che la crescita richiede più investimenti in conoscenza. Ma per questi ci vogliono finanziamenti, o meglio mercati finanziari disposti a sostenere il rischio delle
              imprese. E non ci debbono essere ostacoli, legali o fiscali, alla apertura delle nuove
              imprese che vogliono innovare. Ma servono anche lavoratori in grado di applicare
              la conoscenza acquisita dall’impresa (e non è sempre necessario che questa sia
              anche prodotta dalla impresa medesima). E tanto più la conoscenza necessaria deve
              essere importata da fuori, tanto più servono servizi efficienti e a basso prezzo che si
              integrino con la attività delle imprese per favorirne la riorganizzazione produttiva
              che la nuova conoscenza spesso richiede

              Alcune di queste riforme non costano o costano molto poco dal punto di vista finanziario, perché richiedono regole nuove e leggi diverse, ma costano politicamente perché intaccano interessi a lungo consolidati. Altre riforme costano politicamente, ma anche finanziariamente se si tiene conto che nel breve periodo la liberalizzazione può comportare perdite di occupazione. Il prossimo governo avrà un
              capitale politico non illimitato e un vincolo di bilancio sicuramente pesante. Sarebbe
              utile utilizzare ambedue con parsimonia, scegliendo con cura le cose da fare perché anche le cose da disfare costano, politicamente ed economicamente.