“Commenti&Analisi” Intese locali per garantire i salari (G.Baglioni)

22/09/2004


            mercoledì 22 settembre 2004

            sezione: ITALIA LAVORO – pag: 23
            ANALISI
            Intese locali per garantire i salari
            di GUIDO BAGLIONI
            Il dibattito sulla revisione del nostro sistema di contrattazione collettivo non procede spedito. Solo su due punti pare di scorgere un elevato consenso: la riduzione della giungla attuale degli oltre 400 contratti a poche decine di contratti di settore; l’allungamento della durata della parte economica dei contratti nazionali.

            I maggiori problemi, come è noto, si presentano sulla funzione e sui rapporti fra i livelli contrattuali; in pratica, sui contratti nazionali e su quelli territoriali. Tali problemi sono oggettivamente complessi perché, in definitiva, si cerca di far funzionare un sistema di regolazione che dovrebbe garantire una tutela generalizzata degli occupati e, insieme, tenere conto delle differenze economiche, ambientali, professionali. Il nostro sistema, opportunamente, favorisce l’estensione della tutela contrattuale ma non si configura per il carattere della centralizzazione, poco presente anche in altri Paesi europei.

            La funzione dei contratti nazionali resta assai rilevante perché rappresenta la tutela di base, stabilisce il trattamento economico normale, contiene il tessuto normativo. Come tutela di base, il grosso limite dei contratti nazionali è però quello di non tener conto delle differenze del costo della vita e, in concreto, della salvaguardia del potere d’acquisto dei salari.

            Le funzioni dei contratti territoriali, il secondo livello non inedito ma oggi con più ampie possibilità, trova posizioni non omogenee fra gli attori. Comunque tali funzioni sono fondate almeno in due direzioni. L’una dovrebbe colmare il limite detto dei contratti nazionali per le differenze del costo della vita, con accordi semplici e di ragionevole entità in territori specifici.

            L’altra, meno semplice, riguarda, accanto ad aspetti normativi, la componente salariale che va oltre la tutela economica di base del contratto nazionale. Questa direzione corrisponde alla distribuzione dei vantaggi derivanti dall’incremento differenziato della produttività; ma non solo. Essa può fare riferimento alle caratteristiche strutturali dell’ambiente economico, ad andamenti congiunturali favorevoli.

            La distribuzione di tali vantaggi al livello territoriale deve avvenire in modo variabile, secondo la presenza o meno di condizioni congrue, in ragione del principio della compatibilità fra valorizzazione e lavoro e possibilità di pagare da parte delle imprese. Tale distribuzione sembra essere più opportuna con il secondo livello contrattuale piuttosto che con il primo, perché è forse pleonastico aggiungere un’ulteriore funzione a quella chiara e rilevante del primo livello negoziale e perché la produttività di settore (in un sistema concorrenziale) appare per sua natura diversa da impresa a impresa.

            Molti protagonisti della vita sindacale concordano sulla connessione produttività-territorio. Il documento di Confindustria del 14 luglio insiste nell’abbinare la crescita dei salari alla crescita dell’economia, come due lati di una stessa medaglia. Ciò è praticamente possibile se l’esito dei processi negoziali si avvicina laddove si produce, si lavora, si fanno utili. Il livello territoriale va in questo senso. Più decisamente se si fanno accordi all’interno delle imprese o del gruppo. Questa tradizione del nostro sistema contrattuale va mantenuta. Tali accordi non devono essere intesi come un terzo livello.

            I livelli contrattuali sono due. Gli accordi aziendali dovrebbero presentarsi come alternativi e autonomi rispetto al livello territoriale, in relazione specifica con la situazione dell’impresa, con le condizioni e la composizione della forza lavoro, con gli obiettivi che è stato deciso di conseguire.