“Commenti&Analisi” Innovazione e produttività, così crescono i salari (C.Dell’Aringa)

01/09/2004


      sezione: IN PRIMO PIANO

      data: 31 agosto 2004 – pag: 2
      BUSTE PAGA E RIPRESA
      Innovazione e produttività, solo così crescono i salari
      Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento
      di Carlo Dell’Aringa comparso sull’ultimo
      numero del bimestrale «Vi- ta e pensiero».

      di CARLO DELL’ARINGA

      La moderazione salariale non è più una virtù! Almeno sembra. A giudicare dal numero crescente di analisti ed esperti che ricollegano alla moderazione salariale alcuni aspetti non propriamente positivi della recente evoluzione della nostra economia. Da ultimo l’autorevolissimo Istituto Nazionale di Statistica ha scritto nel suo Rapporto annuale: «Il rallentamento salariale ha avuto effetti negativi sulla crescita economica non solo per l’attenuarsi degli effetti della massa salariale aggregata sulla domanda interna (…) ma, probabilmente, anche per il venire meno degli stimoli alla competitività e alla riorganizzazione delle imprese a fronte di una dinamica salariale estremamente moderata». Insomma, quello di cui erano convinti coloro che firmarono l’Accordo sul costo del lavoro del 1993 e cioè che la moderazione salariale era necessaria sia per debellare l’inflazione, sia per rilanciare la crescita occupazionale — dopo anni di elevata disoccupazione — non è più vero. (…).

      Cosa è successo per cambiare in modo così radicale l’atteggiamento di esperti così qualificati nei confronti di Patti sociali e di riforme del mercato del lavoro, che venivano salutati da tutti sino a ieri come interventi decisivi per entrare in Europa e per rivitalizzare il nostro mercato del lavoro? (…).

      Limitiamoci a illustrare alcuni fatti e a commentare alcune informazioni statistiche. Che le retribuzioni crescano poco, non vi è dubbio. E non è difficile ammettere che, in questi ultimi due anni, hanno fatto fatica a mantenere il loro potere di acquisto (ciò vuol dire che le retribuzioni sono cresciute meno, sia pur di poco, del costo della vita). A ciò si deve aggiungere il fatto che le famiglie hanno percepito aumenti di prezzi maggiori di quelli registrati dall’Istat. (…). E dal momento che il potere di acquisto dei salari stava già scendendo in termini reali, questa percezione di inflazione più elevata non ha fatto altro che peggiorare la situazione. È nato così un diffuso malessere, che si è trasformato in malcontento, il quale, a sua volta, ha contribuito a creare quel peggioramento del clima di relazioni industriali cui si è assistito in questi ultimi tempi. (…).

      Ci si potrebbe chiedere: perché i salari crescono così poco? Certamente crescono allo stesso ritmo con cui cresce la produttività del lavoro. Da anni questa ha ridotto di molto il proprio trend di crescita. Negli ultimi due anni ha smesso persino di crescere. Ora, dal momento che si ritiene che la produttività del lavoro rappresenti lo spazio naturale per gli aumenti dei redditi reali e del potere di acquisto dei salari, ecco spiegato l’arresto delle buste paga. La minore crescita della produttività del lavoro ha coinciso in questi ultimi sei-sette anni con un notevole aumento dell’occupazione. (…) Per questo motivo si sostiene che la moderazione salariale e la flessibilità del mercato del lavoro hanno sì permesso un forte aumento dell’occupazione, ma si è trattato essenzialmente di posti di lavoro di cattiva qualità, di basso valore aggiunto. Ecco perché si sostiene che siano stati i bassi costi del lavoro a causare una caduta della produttività e non viceversa.

      C’è qualche cosa di vero in questa conclusione, ma nel complesso si tratta di una soluzione troppo forzata. In sintesi, si può contrapporre a questa tesi il fatto, da molti riconosciuto, che la dinamica della produttività dipende da tanti fattori, non ultimi quelli come l’innovazione, la ricerca, l’investimento in capitale umano, che vengono considerati sempre più strategici nella società della "conoscenza" e sui quali la nostra economia non ha mai investito abbastanza. (…).

      Rilanciare la dinamica salariale in queste circostanze sarebbe alquanto rischioso: si correrebbe il rischio di mettere le imprese in ulteriore difficoltà. Non avrebbero molte opportunità di trasferire i maggiori costi sui prezzi, a causa della concorrenza internazionale e potrebbero essere costrette a ridurre l’occupazione (…). Sul piano delle rivendicazioni salariali, il sindacato si prepara a chiedere qualche cosa di più, sempre nel rispetto (mi sembra di capire) delle compatibilità di carattere generale. Ma sul punto di come articolare le richieste salariali e di come gestire le aspirazioni dei lavoratori, le soluzioni prospettate variano da sindacato a sindacato. Per la Cgil le rivendicazioni devono continuare ad avere un carattere nazionale e quindi il contratto collettivo nazionale deve continuare a essere il punto di riferimento essenziale e quantitativamente più importante per la crescita salariale. (…) La Uil e, soprattutto la Cisl, hanno invece in mente di apportare modifiche al modello contrattuale esistente, quello definito con l’Accordo del luglio 1993. Forse questi due sindacati si rendono conto che aumenti generalizzati delle retribuzioni rischierebbero di mettere in crisi molte aziende che sono già ora in difficoltà e questo sarebbe molto negativo soprattutto per quelle aree del Paese (soprattutto il Mezzogiorno) dove esiste tuttora un forte bisogno di rafforzare l’occupazione e il tessuto imprenditoriale. Per questo motivo sostengono che il modello di contrattazione deve essere "decentrato", vale a dire che il contratto nazionale (…) deve lasciare molto più spazio alla contrattazione, cosiddetta di secondo livello, quella che si svolge a livello aziendale. La Cisl, poi, insiste per avere un livello territoriale di contrattazione per le piccole imprese che non hanno la contrattazione aziendale. Il "motto" di questi due sindacati è appunto quello di andare a cercare e a distribuire la produttività "dove esiste" (…).

      Si contrappongono due modelli in parte diversi: quello più attento all’insieme (classe?) dei lavoratori e all’utilità di garantire condizioni retributive il più possibili simili, e quello che vuole far leva sulla responsabilità del sindacato nelle sue varie articolazioni, in azienda e sul territorio, per individuare volta per volta le soluzioni migliori (per gli occupati e i disoccupati). Si parla con sempre più insistenza di una possibile revisione dell’Accordo del luglio 1993 (…). E gli imprenditori che cosa pensano? Per ora, nel complesso, assumono posizioni prudenti e tutto sommato conservatrici, dell’esistente. In definitiva, il "modello" del 1993 per loro ha funzionato bene e non vedono ragione per cambiarlo. Ma il problema è se esso riesce a tenere di fronte alle aspirazioni dei lavoratori che i sindacati fanno sempre più fatica a rappresentare.